ll poliziotto che moltiplica i compagni di merenda

Fu anche rimosso dall’incarico e spostato all’ufficio stranieri

Lino Jannuzzi

Le Dolci colline di sangue, l’ultimo libro scritto da Mario Spezi, il cronista che da quasi quarant’anni si occupa e scrive del mostro di Firenze, era preannunciato in uscita nelle librerie per il 15 aprile e Spezi è stato arrestato per calunnia e favoreggiamento una settimana prima dell’uscita del libro, il 7 aprile. Poche settimane prima era uscito Il mostro, il libro scritto da Michele Giuttari, il superpoliziotto che da vent’anni indaga sul mostro e sui mostri. Giuttari nel suo libro dice di «quel Mario Spezi che sulla vicenda del mostro di Firenze ha scritto in un anno mille articoli e un libro, e ha partecipato a innumerevoli trasmissioni radiofoniche e televisive, avvessando, anche con toni aspri, le indagini degli inquirenti, conosco l’acredine che nutre verso la mia persona, i suoi servizi infiammano l’atmosfera, a tutto danno dell’inchiesta e per la gioia di qualcuno...». E Spezi, che l’aveva querelato poco prima di essere arrestato, dice di Giuttari, chiamato a dirigere la squadra mobile di Firenze dopo una brillante carriera nel sud: «Un siciliano di Messina, mezzo toscano all’angolo della bocca, bavero sempre rialzato del cappotto nero una misura troppo grande, tanti lucidi capelli pure neri e pettinati all’indietro, sicuro di somigliare ad Al Pacino, quello di Scarface».
Potrebbe sembrare solo una guerra tra scrittori e tra editori, sia i libri di Giuttari che quelli di Spezi hanno avuto grande successo di vendite e magari ci si potrebbe divertire a vedere come finisce e chi vende di più, se uno dei due belliggeranti non partisse avvantaggiato per il solo fatto che è in grado di mettere l’altro in manette, come è successo, e di fargli passare la voglia di scrivere, e magari di scoraggiare e disorientare i potenziali lettori.
Che sarebbe un peccato perché Le Dolci colline di sangue, alla cui stesura ha collaborato l’americano Douglas Preston, autore di thriller di successo (e ha rischiato di essere arrestato anche lui, ma dopo un terrificante interrogatorio, se ne è scappato negli Stati Uniti e per ora, consigliato anche dai diplomatici del suo Paese, non ha nessuna intenzione di tornare in Italia), non è solo un libro di piacevole lettura e coinvolgente, ma offre una visione completa di una delle vicende più oscure e sconvolgenti della recente storia criminale e giudiziaria italiana, dove, dopo quasi quarant’anni (il primo delitto del «mostro» è dell’agosto del ’68), il vero o i veri mostri non sono stati ancora trovati, e certe mostruosità sembrano piuttosto essere state consumate nel corso delle indagini interrotte e sempre riprese in direzioni diverse e dei processi finora celebrati con esiti contradditori e affatto convincenti.
Già dieci anni fa, un magistrato, Francesco Ferri, che era stato il presidente della corte d’Appello che aveva assolto Pietro Pacciani il primo presunto mostro di Firenze condannato in primo grado, si era dimesso dalla magistratura, sbigottito e indignato, e aveva scritto un libro. Questa del mostro di Firenze - scriveva il magistrato ampiamente citato nel suo libro da Spezi - è una faccenda che «puzza tremendamente», un insieme di «falsità, di menzogne, di inverosimiglianze, di gravi deficienze, di pseudo-testi, di gazzette insufflate: l’improbabilità dei racconti, la falsità oggettiva sui punti di rilievo, l’insistere a senso unico su un’indagine che si muove sulle sabbie mobili di una più che dubbia attendibilità fa trascurare le residue possibilità di identificare il vero omicida...».
Secondo Spezi, a complicare definitivamente le cose è proprio il nuovo capo della squadra mobile Michele Giuttari, arrivato a Firenze a distanza di ventisette anni dal primo delitto: «Fra l’ottobre del 1995 e il gennaio del 1996, quando cominciò il processo d’Appello, Giuttari si rilesse tutte le carte, decine di migliaia di fogli, testimonianze, perizie, processi interi, un’impresa titanica in poche settimane... Dovette arrivare alla conclusione che nessuno prima di lui aveva capito come stavano veramente le cose, implicitamente neppure i suoi colleghi né l’Fbi. Il poliziotto che non era mai stato sulla scena dei delitti, che non aveva mai conosciuto i personaggi principali, gli investigatori che lo avevano preceduto, i criminologi e i medici legali, iniziò a rifare da solo tutta la storia del mostro di Firenze...».
E Giuttari cominciò a moltiplicare per due il mostro, arrestando Mario Vanni, l’ex postino di San Casciano ormai settantenne, quel “Torsolo” che al primo processo aveva inventato “i compagni di merende”: «non gli diede nemmeno il tempo di mettersi la dentiera e lo portò in prigione, così anche se Pacciani il “Vampa” se ne fosse tornato a casa innocente, loro avevano il complice... E tutto in base di presunti testimoni, trovati fuori tempo massimo, gente che dopo decenni di silenzio, si era convinta a parlare ventiquattr’ore prima della sentenza che avrebbe assolto Pacciani».
Poi, nonostante l’assoluzione e la morte di Pacciani, la moltiplicazione dei mostri continuò, il mostro originario fu moltiplicato per tre, per quattro, per cinque. Nel frattempo Giuttari fu rimosso da capo della squadra mobile e spostato a dirigere l’ufficio stranieri, un posto non gradito perché - dice Spezi - «non si è mai visto un superpoliziotto all’ufficio stranieri, anche perché di lì non passava mai un giornalista».
Giuttari protestò dicendo che gli volevano chiudere la bocca, fece ricorso al Tar, poi al Consiglio di Stato, gli dovettero ridare la poltrona, ma non gli lasciarono il tempo di scaldarla che gliela tolsero di nuovo. Giuttari puntò i piedi, si ammalò, rimase lontano dalla Questura per parecchio tempo, continuò a protestare: «Era come se quell’inchiesta sui mandanti non dovesse essere fatta, non si voleva che la verità venisse a galla...». Finché gli diedero un posto tutto per lui, inventarono un ufficio nuovo, il Gides, gruppo investigativo dei delitti seriali, con una squadra di agenti e i finanziamenti necessari.
E arrivarono nuovi testi e supertesti, come Gabriella Carlizzi, che parlava via Internet con la Madonna di Fatima e svelava i retroscena dei più clamorosi gialli italiani, dal delitto di via Poma al caso Moro (e si era già presa una condanna per avere scritto anni prima che il mostro di Firenze era lo scrittore Alberto Bevilacqua), e che riempì pagine e pagine di verbali sulle imprese di una setta satanica e massonica nascosta tra le dolci colline di Firenze: erano gli adepti di questa setta i mandanti che incaricavano i compagni di merende di assassinare le coppiette e di asportare alle vittime i feticci sessuali che servivano per celebrare le messe nere.
Negli ultimi capitoli del libro Spezi racconta dello scontro tra il superpoliziotto e i magistrati di Firenze («sento sempre più vicino il fiato dei miei superiori che mi invitano più o meno esplicitamente a lasciar perde le immagini»), e per converso il sempre più stretto rapporto di Giuttari per il pm di Perugia Giuliano Mignini («Mignini - scrive Giuttari- è un uomo integro e coraggioso che va dritto per la sua strada, non si piega alle pressioni e non si lascia intimidire da nessuno»), il quale irrompe decisamente sulla scena delle indagini, estromettendone i magistrati di Firenze e denunciando le loro “interferenze”, e fa proprio l’ultimo teorema di Giuttari, quello di un medico di Perugia, che avrebbe fatto parte delle setta satanica e sarebbe stato strangolato dai suoi complici che non si fidavano più di lui, e il cui cadavere ripescato anni fa nel lago Trasimeno sarebbe stato prima sostituito col cadavere di un sudafricano morto tre anni prima e trafugato dall’obitorio, e poi rimesso nella sua bara. Tutto con la complicità del padre del medico, del fratello, del questore di Perugia, di un capitano dei carabinieri, dell’avvocato di famiglia e della dottoressa che aveva firmato il certificato di morte. E anche del giornalista Mario Spezi che scriveva tanti articoli e libri per depistare e per allontanare le indagini da sé stesso, complice degli adepti della setta mandanti degli assassini e, perché no?, mandante e assassino lui stesso, il cronista che uccideva e scriveva al tempo stesso.
E per niente rassegnati alla decisione dei giudici del tribunale del riesame che hanno annullata l’ordinanza di carcerazione e rimesso in libertà Mario Spezi, dopo 23 giorni di cella di isolamento, il superpoliziotto e il pm di Perugia continuano a indagare sul giornalista, forse ignari che nel frattempo sono a loro volta indagati per falso in atto pubblico (Giuttari avrebbe manomesso il nastro della registrazione di una conversazione del pm di Firenze, attribuendogli frasi mai pronunciate). Nel frattempo, il mostro o i mostri di Firenze se la ridono.