ll regno di Penati: poltrone e scatole cinesi

MilanoImmense aree da edificare, ma anche le autostrade. La gestione dei servizi di trasporto e i consigli di amministrazione di società e fondazioni. Una rete di potere costruita con la tenacia di chi è partito dalla provincia e la scientificità della scuola di partito dei vecchi quadri del Pci. Perché il sogno proibito di Filippo Penati era mettere le mani su un intreccio societario di autostrade già esistenti che macinavano profitti e di altre da costruire che generavano appalti. E tangenti, sospettano oggi i magistrati del tribunale di Monza.
A spanne un giro d’affari di almeno tre volte il ponte sullo Stretto di Messina che Penati poggiò su un castello di scatole cinesi. Custodito da Asam, una sconosciuta società che si occupava di acque e partecipata al 99 per cento dalla Provincia. Trasformata nella cassaforte delle partecipazioni infrastrutturali. Meno dipendenti delle dita di una mano per gestire un fiume di denaro. Nel 2003 oltre 630 milioni di euro di valore di mercato. Di cui 400 per il 36,7 dell’allora Milano Mare (oggi Serravalle), 120 per il 5,5 per cento della Serenissima e 110 milioni per il 14,5 di Sea, gli aeroporti di Linate, Malpensa e Orio. A cui si sarebbero dovuti aggiungere gli affari faraonici di Pedemontana e Tem, la nuova tangenziale esterna da costruire a Milano. Una scalata al salotto buono dell’economia e del potere. Perché quando nel 1994 divenne sindaco di Sesto, il quarantenne Penati non conosceva una parola d’inglese e nemmeno cosa fossero la finanza e i finanzieri. Ma ci mise poco a subirne il fascino, anche se i banchieri mai subirono il suo. Spennandolo casomai con gli interessi sul denaro prestato.
Tessera del Pci fin da ragazzo, professore di applicazioni tecniche alle medie, poi un’agenzia di assicurazioni Unipol, ottimi rapporti con le cooperative rosse, oggi il suo partito con ipocrisia vorrebbe scaricarlo come un «mariuolo» in proprio. Ma la faccenda non sta così, perché Penati era davvero l’uomo forte del Pci-Pds-Ds e oggi Pd. Decideva nomine e candidature. Tanto che il numero uno del Pd Pier Luigi Bersani, arrivato al vertice lo nominò responsabile della segreteria politica. Un omaggio a chi negli anni aveva tessuto una rete di affari e potere con le spalle coperte dal partito. «Mi ha dato il suo numero l’onorevole Bersani», disse al re delle autostrade Marcellino Gavio la prima volta che gli telefonò per imbastire quella porcheria dell’acquisto di azioni Serravalle. L’operazione spregiudicata di un Penati gran burattinaio di un teatrino con oltre cento pupi da lui stesso nominati nei cda autostrade, aeroporti, consorzi idrici. E poi fondazioni, agenzie per lo sviluppo, università, istituzioni culturali ed enti morali. Tutti uomini di sua fiducia. Un vero e proprio esercito dal certificato pedigree di sinistra e dall’assoluta fedeltà al capo che subentrò dopo un’epurazione «staliniana» all’indomani della conquista della Provincia di Milano. Alla Serravalle impose a 8 membri del cda di dimettersi per farlo cadere e mandare a casa i rappresentanti del Comune. Poi piazzò 12 suoi uomini su 21, con un posto a testa per gli altri nove soci. Con Giampio Bracchi il vicepresidente di Banca Intesa che gli ha prestato 260 milioni di euro per l’operazione Serravalle, nominato presidente.
Uomini fidati dovunque, Agenzia sviluppo Milano metropoli, Euroimpresa, Fondazione Museo della scienza e della tecnica, Istituto di ricerca Gemelli-Musatti, Istituto superiore di sociologia, Consorzio provinciale Brianza smaltimento rifiuti, Scuola di specializzazione in tecnica peritale, Convitto nazionale Longone. Persino nella commissione centrale di beneficenza della Fondazione Cariplo. Un’inestricabile rete di potere e di clientele gestita col pugno di ferro. A sovrintendere l’allora fedelissimo capo di gabinetto Giordano Vimercati, fratello di Luigi sottosegretario alle Comunicazioni nel secondo governo Prodi e Franco Maggi l’uomo della comunicazione. Il «clan dei sestesi» che nel partito dettava legge. E non solo nel partito.