Le lobby che dicono no

Per affrontare scelte politiche complicate come nel caso del referendum del 25 e 26 giugno sulle riforme costituzionali (premiership più forte, taglio del numero dei parlamentari, Senato federale, devoluzione - nel quadro della difesa dell'interesse nazionale - di alcuni poteri dallo Stato alle Regioni) approvate dal centrodestra in questi anni, la cosa migliore da fare, oltre a leggere per informarsi sul merito dei problemi, è avere un'idea di che cosa succederà il giorno dopo.
Armiamoci, perciò, di fantasia e immaginiamo i possibili scenari. Che cosa cambierà se vincono i «no» alle riforme? La Margherita aumenterà il corteggiamento verso le schegge centriste della Casa delle Libertà. Si rilancerà la parola d'ordine della nuova Assemblea costituente: obiettivo impossibile sostenuto anche da settori del malandato establishment italiano per poter fare, all'ombra di una nobile parola d'ordine, qualche mediocre compromesso. I Ds si metteranno a corteggiare la Lega che un giorno è neonazista come sostiene l'Unità, e quello dopo diventa forza dalle radici popolari, come recentemente ha detto Pierluigi Bersani: è il vecchio vizietto dell'egemonia comunista da somministrare tra una demonizzazione e una seduzione. Giochetto che ormai non porta più da nessuna parte. Ma - dirà chi ha ancora, nonostante tutto, un po' di fiducia nelle capacità di governo di Romano Prodi - con la vittoria del «no» aumenterà la governabilità del Paese. Il governo Prodi oltre che un'infima maggioranza elettorale, ha debolissime basi sociali e politiche, riesce a stare in piedi solo perché ricatta tutte le componenti a una certa disciplina: immaginatevi che cosa succederà quando Francesco Rutelli si metterà a trescare (via Paolo Mieli) con un qualche Marco Follini e Massimo D'Alema cercherà accordi con i leghisti sfiduciati. Solo nuovo caos. Altro che più governabilità. Ma - si dirà ancora - ci sono gli impegni degli esponenti del centrosinistra a cambiare la Costituzione d'accordo con il centrodestra. La maggioranza di governo è già dilaniata tra no global e quasi filo-americani, tra amici del cardinale Ruini e distruggitori di embrioni-santificatori di Pacs, tra montezemoliani e filo-duri-cigielle, solo un utopista può pensare che il centrosinistra si prenderà nuove grane come tagliare il numero dei parlamentari o sfidare il forte nucleo di fondamentalisti organizzati intorno a Oscar Luigi Scalfaro.
Se le conseguenze del «no» mi paiono, dunque, assolutamente catastrofiche, quelle del «sì» invece mi sembrano incoraggianti al di là del merito dei quesiti da approvare (dato per scontato, naturalmente, che si ritenga opportuno cambiare la Costituzione): mi sembrano virtuose perché vi saranno cinque anni per cambiare quegli aspetti delle riforme che suscitano riserve, soprattutto nell'equilibrio dei poteri, e questo sarà garantito dal fatto che oggi c'è una maggioranza parlamentare di centrosinistra. Nel contempo la spinta riformista non potrà essere rinnegata perché il voto popolare sarà un vincolo anche per la coalizione che sostiene il governo. Anche gli effetti politici più generali saranno benefici perché spingeranno il governo ad aprire un vero dialogo con l'opposizione, dismettendo l'idea di disgregarla. Se devo dire la verità non credo che il governo Prodi durerà tanto: ma il voto sul referendum, in questo senso, non cambierà le cose se non nel rendere la dialettica politica meno pesante e inquinata, innanzi tutto da iniziative giudiziarie gestite in modi abnormi.
Non c'è dunque nessun motivo per votare «no»? Se fate parte di una qualche nomenklatura nazionale sindacale o confindustriale, interessata più al proprio potere che agli interessi di chi rappresentate, è evidente che vi conviene votare «no»: uno Stato federale e più «semplice» non può che rendere più difficili gli scambi centralistici. Così se fate parte di quella magistratura che vuole rappresentare il potere centrale della società: qualunque modifica della Costituzione può mettere in discussione i ruoli impropri assunti in questi anni. Anche se fate parte del califfato ideologico di Scalfaro e soci, fareste una follia a votare «sì»: mettere in crisi i califfati che garantiscono il proprio potere, è autolesionismo. Va ricordato, peraltro, come Scalfaro che oggi sostiene come solo la Repubblica sia presidio di libertà, abbia nel 1947 votato per la monarchia. Forse se gli si dessero (e noi glielo auguriamo) altri sessanta anni per vedere gli effetti modernizzatori delle riforme della Costituzione appena approvate, potrebbe anche in questo caso cambiare parere.