La lobby delle regole

Attenti a non giocare con la democrazia. È l'invito che rivolgiamo a tutti, forze politiche, sindacati, grandi opinionisti senza che ci sfiori neanche per un momento l'idea di dar lezione di democrazia a quanti ne hanno fatto una ragione di vita. Eppure ripetiamo angosciati: attenti a non giocare con la democrazia. Oggi non è più quel tempo in cui qualcuno potrebbe riaffacciarsi al balcone di Palazzo Venezia, ma il rischio che sorga e si organizzi un nuovo autoritarismo lungo il filo invisibile (ma non troppo) degli interessi spesso inconfessabili, c'è tutto. E quel rischio è amplificato più che dalla debolezza della politica, dalla sua confusione che tra le debolezze è la più devastante. E veniamo al punto. Senza riesumare polemiche antiche ormai affidate, come dice Luciano Violante, agli storici, gli avvenimenti del '92-'94 produssero tanti guasti che ancora ne paghiamo il conto. Chi a sinistra applaudiva o teneva bordone a quell'onda anomala si ritrova oggi con una frantumazione partitica e comunque con un consenso nettamente inferiore a quello che raccoglieva il partito di Enrico Berlinguer. Chi al centro non ebbe la forza, nella sua responsabilità di governo e di maggiore partito italiano, di opporsi alla deriva giustizialista, oggi si ritrova con mille rami di quell'albero antico ancora vivo e vitale in tutta Europa come dimostrano i democratici cristiani tedeschi e austriaci, quelli spagnoli e quelli belgi. Il rischio democratico, all'epoca, fu sottovalutato o, peggio ancora, qualcuno immaginò di realizzare in quel modo un nuovo ordine politico. Errore gravissimo che il Paese sta pagando con il proprio declino. Se ricordiamo quegli anni è solo per spiegare l'altro rischio che vediamo avanzare con la forza dell'uragano Katrina e che se si dovesse abbattere sul nostro Paese trasformerebbe la democrazia italiana in un'altra New Orleans. Conosceremmo così, forse tra i primi al mondo, quel nuovo autoritarismo che la globalizzazione economica si porta dietro come un'ombra inquietante. La vicenda della Bnl e dell'Antonveneta, in sé e per sé, è poca cosa sul piano economico e su quello finanziario. Eppure è lì che si stanno facendo le prove generali di un nuovo ordine economico che, nella mente degli apprendisti stregoni, dovrebbe a sua volta dare un colpo definitivo anche al sistema politico, ma riordinandolo e rendendolo definitivamente subalterno. E l'appoggio di personaggi e giornali internazionali e la superficialità italica con la quale si consente ad organismi europei impropri, come l'Ecofin, di annunciare che si discuterà del caso Bankitalia getta un'ulteriore ombra inquietante su tutta la vicenda. C'è, infatti, su Bankitalia una intollerabile attività lobbistica nazionale ed internazionale che distorce le regole della democrazia economica in Italia. In un'economia di mercato, infatti, i soggetti che si muovono sono disciplinati da regole nazionali ed europee sulle quali vigilano alcune autorità indipendenti, quali la Consob, la Banca d'Italia, l'Antitrust, l'Isvap e in Europa l'Antitrust e la stessa Commissione. Sulle piccole vicende di Antonveneta e Bnl si è espresso innanzitutto il mercato con le forze che in esso agiscono. Si sono poi espresse la Banca d'Italia e la Consob assumendo anche provvedimenti sanzionatori come l'obbligo di un'Opa totalitaria inflitta alla Banca Popolare di Lodi ed agli altri imprenditori ritenuti in concerto tra loro. Si è espressa la magistratura amministrativa con una esemplare sentenza di 40 pagine che quasi nessun organo di stampa ha voluto pubblicare, solo perché dava conto della correttezza di Antonio Fazio. Si è espressa l'Europa e si è espresso, infine, il governo con la riunione del Cicr e con il disegno di legge di riforma sulla Banca d'Italia e si esprimerà il Parlamento con le decisioni che prenderà con il disegno di legge sul risparmio. Tutti gli altri poteri che sono intervenuti o che dovessero intervenire in queste vicende di mercato sono stati o sarebbero episodi ed azioni fuori dal circuito democratico. Se vi sono profili di illecito penale che non possono che essere personali, si perseguano le singole persone senza immaginare attraverso un'attività inquirente sui singoli, di influenzare, sino a modificarle, le regole del mercato. Così è accaduto, invece, per la gestione dell'Antonveneta e così si tenta di fare con la Bnl lasciando la gestione agli spagnoli su intervento della Procura di Roma. È qui che si consuma il delitto democratico. La democrazia economica non è meno vitale per gli interessi del Paese, della democrazia politica. Non c'è l'una senza l'altra e viceversa. Se gli assetti del capitalismo italiano saranno messi nelle mani delle Procure e non nelle mani dei mercati e delle apposite autorità che su di esso vigilano, il cerchio dell'autoritarismo e del declino conseguente già iniziato oltre dieci anni fa, si chiuderà definitivamente. E ci sgomenta rivedere in questa occasione gli stessi giornali, gli stessi opinionisti che ieri cavalcavano l'onda giustizialista solo perché i loro editori immaginavano di costruire per quella via un nuovo ordine politico, rifare la stessa cosa cavalcando l'assalto alla Banca d'Italia e alle regole del mercato. Si può, naturalmente, essere di idee diverse su tutta la vicenda, su Fazio, sul Tar, su chi si vuole, ma un Paese è unito e grande quando si riconosce per intero nella democrazia sostanziale il cui cuore pulsante è la netta separazione dei poteri. Basta allora con gli insulti quotidiani, basta trasformare l'Italia in una sorta di cortile di un palazzo sgangherato nel quale troneggiano accuse spesso anche volgari e posto alla mercé dei circuiti internazionali come una piccola colonia turbolenta. La democrazia vera richiede, tra l'altro, compostezza, sapendo che la diversità di opinione è il suo lievito. A condizione, naturalmente, che non si voglia imporre la propria opinione con tutti i mezzi possibili, leciti e non leciti. È quello che purtroppo sta avvenendo sulle piccole vicende di Antonveneta e Bnl su cui non la Banca d'Italia ma i suoi aggressori stanno bruciando quel poco di credibilità internazionale rimasta all'Italia.