La lobby delle toghe è un macigno sulla democrazia

Ce la farà il presidente Napolitano a riportare i magistrati al rispetto delle procedure, a mettere fine alle indebite interferenze, quindi a disinnescare quella guerra tra le istituzioni che sarebbe disastrosa? La maggioranza degli italiani se lo augura e perciò punta sulla moral suasion con cui il capo dello Stato ha fin qui esercitato la sua funzione di garante per l'intera nazione.
La storica anomalia italiana si chiama strapotere di quei settori della magistratura che negli ultimi quindici anni hanno esercitato funzioni che non gli competevano. Nella cosiddetta «seconda Repubblica» non c'è stata riforma della giustizia, avanzata dal ministero o dal Parlamento d'ogni colore, che non sia incorsa nella ghigliottina di qualche gruppo di magistrati. Elencare tutti i tentativi fatti fallire sarebbe lungo: certo è che tale diritto di veto che i magistrati, singoli o associati, si sono arrogati fa a pugni con la separazione dei poteri nello Stato di diritto.
Oggi siamo di nuovo in questa brutta situazione. Al di là delle vicende riguardanti l'emendamento «blocca processi» e un nuovo lodo Schifani-Maccanico, che valore ha l'intervento di quella Associazione magistrati che non è altro che una lobby privata politico-sindacale? E che significa il pronunciamento «a titolo privato» di un membro di quel Csm che dovrebbe parlare solo come organo costituzionale con funzioni amministrative dopo che le sue delibere siano passate al vaglio del capo dello Stato?
La presenza dei magistrati nella vita pubblica torna a essere ingombrante. Eppure non si dovrebbe ignorare che il favore dei cittadini nei loro confronti è molto basso. Lo ha ricordato ieri il Giornale riportando un sondaggio secondo cui la maggioranza degli italiani ha scarsa fiducia nel sistema giudiziario. E come potrebbe essere altrimenti se, a fronte di tanta indebita loquacità, non c'è persona che riesca nella vita quotidiana a ottenere giustizia secondo tempi, procedure e risultati consoni a un Paese civile?
Dopo vent'anni di espansione ipertrofica della magistratura, specialmente nella versione della lobby organizzata e nella funzione inquirente, sembra oggi difficile riportare nel corretto alveo costituzionale e professionale le anomalie giudiziarie sostenute dalle correnti giacobin-giustizialiste guidate da Di Pietro e Beppe Grillo.
È per questo che l'opera del presidente Napolitano è preziosa per evitare quelle previsioni catastrofiche di guerra civile tra istituzioni che adombra il presidente emerito Cossiga. A condizione però che non si lasci prosperare l'escrescenza giudiziaria, la più grave delle non poche anomalie che pesano sulla fragile democrazia italiana.
m.teodori@mclink.it