La lobby gay una minoranza al potere

Luigi Amicone

Filippo Facci è un amico brillante e intelligente, però ha un difetto: se gli capita di imbattersi in opinioni differenti dalle sue, diventa un po' irascibile. Così, talvolta, capita che la sua bella e mordace prosa vada a farsi friggere cadendo un po' sopra (o sotto) le righe. Come quando ci ha dato degli ignoranti solo perché non condividiamo l'idea che l'omosessualità sia un orientamento naturale.
Ora, sappiamo bene che l'omosessualità è stata espunta dall'elenco delle malattie codificate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità a partire dall'anno 1984. Sappiamo bene che ciò è avvenuto grazie alla pressione politica esercitata delle organizzazioni americane gay. Sappiamo bene che da allora il movimento politico gay ha rivendicato diritti crescenti e, come è giusto che sia, ha ottenuto che le persone non venissero più discriminate a causa del loro orientamento sessuale.
Oggi però le cose sono un po' cambiate. Le associazioni gay sono diventate vere e proprie lobby guidate da élites molto bene organizzate, ricche e influenti. Oggi il movimento gay è, in un certo qual modo, al potere. Oggi non c'è discorso pubblico, trasmissione televisiva, opera cinematografica, artistica, letteraria di massa che non insista sulla perfetta naturalità ed equiparabilità del rapporto omosessuale rispetto al normale rapporto uomo-donna. Che le persone - qualunque sia il loro orientamento politico, religioso, sessuale - abbiano identica dignità e meritino il pieno rispetto non ci piove. Non vorremmo però cadere in un moralismo di massa, prepotente e intollerante, identico sia pure al rovescio di quello conosciuto in epoche passate. Non è che l'intolleranza, il pensiero unico, l'uniformità, l'omologazione, siano cose da combattersi quando le società sono pervase dall'ostilità contro minoranze e diversità, e siano invece da accettare di buon grado qualora le minoranze e le diversità vengono assunte a paradigma e dogma di una certa convenzione sociale, cosiddetta «moderna» e «progressista».
Nel caso riferito da Facci, a finire schedato tra gli intolleranti e ignoranti è un articolo di costume del mio (e del Giornale) settimanale Tempi. Articolo (scritto tra l'altro da una donna), in cui c'era anche del motteggio, scherzoso e documentato, sul fatto che oggi il movimento gay ha anche il profilo di un gigantesco business. E allora? Che scandalo c'è nell'ironizzare sulla bizzarra direzione in cui va il mondo? Gli eterosessuali sono motteggiati ovunque. Il rapporto uomo donna è oggi lo zimbello di ogni pellicola cinematografica e di troppa letteratura cosiddetta «impegnata». Sulla famiglia si è accumulata una tal messe di irrisione, stereotipi e luoghi comuni pseudosociologici, che un marziano che sbarcasse adesso in questo mondo sarebbe sollecitato a pensare che il matrimonio tra un uomo e una donna è una specie di associazione a delinquere.
In democrazia non è ammissibile il razzismo e l'intolleranza sessuofobi. Ma nemmeno lo speculare contrario. Perciò, Filippo Facci e tutte le sirene conformistiche e zapateriane che pretendono illustrarci quanto siano ignoranti e poco moderni coloro che non credono nei cinque «generi sessuali» (come addirittura sostiene un documento dell'Onu) e non accettano ancora come «normale» la relazione gay o trans, devono sapere che il nostro dissenso, laico e motivato, non si farà intimidire da una cultura dominante dove la religione dell'orgoglio relativista, cosmopolita e pansessualista ha preso il posto della religione del Dio, patria e famiglia. L'idolo sanfedista s'aggiorna, ma pur sempre idolo è.