Locali chiusi, vie deserte: a Londra una notte mai vista

Solo due taxi verso Piccadilly Circus. Riposo forzato per gli artisti di Covent Garden. Luci spente anche a Soho

nostro inviato a Londra

Un disegno lento, difficile. Londra ricompone il suo profilo, con i personaggi e interpreti del repertorio di sempre: ecco allora Carlo con Camilla, eleganti e discreti, quasi impalpabili, visitano i feriti negli ospedali, domandano, sotto voce ringraziano; dal letto i pazienti rispondono con un thank you che è un sospiro; ecco Elisabetta la regina, vestita di lilla, con la borsetta nera, i guanti bianchi, il rossetto pesante, la collana di perle, un arcobaleno improbabile, the Queen segue la coppia di cui sopra nella visita agli infermi; ecco Tony Blair di nuovo a Downing street per poi andare a completare il giro tra le vittime dell’attentato.
Ma dietro il palcoscenico ci sono altre storie, le tragedie, la disperazione: ecco allora le fotografie dei «missing», scomparsi, donne e uomini, avvolgono, come in un abbraccio, un palo della luce a Trafalgar, sono affisse a un albero di Hyde Park «Avete visto quest’uomo?», la domanda che mette angoscia: Jamie, Neetu, Mike, Ikara fino alla mattina del sette di luglio sorridevano. Oggi non si ha nessuna traccia di loro, dei loro corpi, della loro voce. Resta il sorriso, improvvisamente malinconico, sulle loro fotografie, restano i loro telefoni cellulari, ultima traccia di esistenze cancellate dallo scoppio di una bomba. E i parenti, gli amici si presentano davanti alle telecamere di Sky e di Bbc, mostrano le fotografie di chi è scomparso dalle nove del mattino del sette di luglio, chiedono di mandare un messaggio, un segnale di speranza.
Londra sta vivendo un weekend diverso da altri mille ai quali era abituata, dalla guerra, dalla guerriglia. «Né Hitler, né l’Ira ci hanno piegati, nemmeno i vigliacchi assassini del 7 luglio ci fermeranno» ha scritto il Sun ieri nel suo editoriale intramuscolare, poche righe, decise. Ma le istantanee di queste ore, quelle serali dico, sono diverse, di senso e significato opposti, l’orgoglio britannico deve fare i conti con l’angoscia e la paura che ha preso i turisti, la folla che di solito riempie a sera le strade, i pub, i negozi e che ha preferito restare in albergo o ha chiuso la valigia ed è tornata al mittente, sarà per un’altra volta.
Due taxi viaggiano verso Piccadilly circus alle undici di sera, il red bus della linea 14 procede semivuoto verso Trafalgar, le bandiere a mezz’asta penzolano dagli edifici imperiali, i tre lions sono bagnati dalla pioggia di una notte strana. Soho non ha luci, non ha rumori, non ha voglia di assumere e offrire sostanze tossiche. I teatri rinviano i loro spettacoli e recite ad altra data. Un quarto dei ristoranti ha preferito tenere spenti i fuochi, chiusura non per turno ma per l’emergenza, il personale impossibilitato a raggiungere il posto di lavoro, il rispetto per i morti, la paura di nuovi attentati, questa la spiegazione logica e prevedibile ma molti hanno resistito, perché «chi vive in questa città, in questo Paese, si è abituato a convivere con il terrorismo dell’Ira, con l’immigrazione violenta ma anche con la disciplina e l’orgoglio, con la dignità e il rispetto delle leggi» sono i pensieri e le parole di Mauro Sanna, sardo, da ventisette anni a Londra, titolare di due ristoranti di grande fama e di alta cucina: «Ho trentaquattro dipendenti, nessuno di loro ha voluto rinunciare al lavoro, sono venuti a piedi, con l’auto. Altrove non è stato così ma non trascurate un particolare: spesso quello che avviene in un quartiere della città è come se accadesse a Milano, lontano da tutti». All’angolo tra Charing Cross road e Long Acre staziona Michael Despard, che vende Big issue, il giornale dei senza tetto: «Nemmeno una copia ieri, nemmeno una oggi, la gente cammina veloce, basta guardare i loro volti per capire». Riposo forzato al Covent Garden per gli artisti di strada, maghi, prestigiatori, giocolieri senza pubblico.
Londra è un carrefour di lingue (300 ha ricordato il sindaco Ken Livingstone ieri in conferenza stampa), un incrocio di religioni, di culture, di razze, di età, Londra ha spazi enormi e può anche capitare che nel quartiere nauseabondo di Brixton il vento delle bombe non abbia sfiorato nessuno degli abitanti, può accadere che a Belgravia stiano pensando a innaffiare i fiori sul davanzale, Londra è di tutti e di nessuno, aveva messo in diario una festa di fine settimana per l’assegnazione dei giochi olimpici, per il raduno dei campioni del Chelsea ma la conferenza stampa dei blues è stata cancellata. Nessuno ha voglia di brindare e di alzare la voce. L’urlo delle sirene è un’eco lontana ma ancora assordante. Londra lentamente tenta di uscire dal suo «underground zero».