Locarno buonista con il recupero dei reclusi

Cinzia Romani

da Locarno

Piccoli italiani crescono, protetti dal Pardo locarnese, che ieri nell’ambito della competizione internazionale ha presentato Jimmy della Collina, film buonista del cinquantenne cagliaritano Enrico Pau, fortemente ancorato alla tradizione del neorealismo. Tra rivolta e redenzione, questa pellicola parzialmente prodotta con i fondi della Regione Sardegna si ambienta tra il carcere minorile di Quartucciu e la comunità di recupero «La Collina», dove i giovani carcerati conoscono la dolorosa via del recupero. «L’incontro con questa realtà ha cambiato la mia vita», confessa il regista, parlando del carcere come di «un luogo dove è necessario sospendere il giudizio», ma intanto la cronaca della libertà ai detenuti non sembra molto rassicurante.
Mescolati agli attori professionisti, i reclusi hanno recitato, per poi ritrovarsi fedelmente descritti nei personaggi, come ha raccontato la coprotagonista Valentina Carnelutti. «Sono rimasta in contatto con alcuni dei ragazzi della comunità, nel frattempo usciti di prigione» spiega ancora l’attrice, definita da Enrico Pau «interprete assai raffinata». Da un’ottica puramente visiva, il film offre numerose campiture, quasi pittoriche. Come quando la cinepresa spesso indugia sulla piana campidanese, densa di ulivi, a significare l’estensione dello spazio interiore, contrapponendola all’angustia della reclusione. Lo spunto di partenza è stato l’omonimo romanzo di Massimo Carlotto (Edizioni El), ambientato nel Campidano e dove un adolescente (nel film Nicola Adamo) viene colto in un fondamentale passaggio della propria vita.
Insistito, invece, sul versante di enigmatici esercizi della mente, al limite dell’onanismo, Schopenhauer di Giovanni Maderna narra ancora di una comunità, forse dalle parti di Milano. Dove, in un’angosciosa solitudine, strani personaggi ormai scollegati dalla realtà, si limitano a condividere gli spazi intanto che si autoflagellano, oppure giocano a ping pong, o addirittura seguono terapie ormonali a base di pillole per cambiare sesso e poi sprofondare nella pazzia. Ma a furia di cercare un'identità, si smarrisce anche il film lungo la via di un neo-sperimentalismo improbabile.
Ancora sul tema dell’aticipità fatta carne e ossa, Dove il marmo è zucchero di Elisabetta Sgarbi, artista non nuova agli omaggi intellettuali dal sapore sentimentale, ha rievocato, con accenti nostalgici, l’infanzia e l’adolescenza dello scrittore Diego Marani, ancora una volta in sospensione tra sogno e realtà.