L'odissea di un vero dissidente quando il "dissenso" non esisteva

Torna in libreria "Vita e destino", il classico dimenticato di Grossman, un intellettuale che prima di Solzenicyn aveva individuato l'inumanità del regime comunista

La ripubblicazione italiana del testo finalmente completo di Vita e destino di Vasilij Grossman (Adelphi, trad. C. Zanghetti, pagg. 830, euro 34) era un atto doveroso. Vita e destino è un libro di cui sarebbe riduttivo affermare l’importanza nel puro ambitol etterario (sempre che la letteratura sia un ambito), e anche se dovessimo dire che è uno dei più grandi romanzi mai scritti, sarebbero parole vuote, gonfie d’aria e nient’altro.

Il problema posto nel mondo da Vita e destino risulta incomprensibile se lo si riduce a una generica «riflessione sul male», come vorrebbe il nuovo risvolto di copertina. Volendoci mantenere sul generico, dovremmo dire, semai, che il romanzo è soprattutto una «testimonianza del bene» (che è ben più temibile e temuto del male) che si rivela nella sua irriducibilità attraverso le condizioni più impossibili.

Ma anche questa versione lascia, comunque, il tempo che trova. Molto più interessante sarebbe ripercorrere la storia del manoscritto, che costituisce da sola un altro romanzo. Anche perché riassumere il libro è impossibile: l’orrore generale abbraccia la Germania nazista e la Russia comunista, concentrandosi sulla battaglia di Stalingrado - di cui Grossman fu testimone diretto - dove la sua tirannia viene contrastata da una costellazione di eroi, ciascuno col suo volto preciso: i rappresentanti dell’idea di umanità che negli anni Grossman era andato maturando.

Le biografie di Grossman (1905-1964) non ci presentano un’alma particolarmente sdegnosa. Per il semplice fatto che lo sdegno era impossibile. Lo troviamo agli inizi della carriera letteraria e giornalistica (alla fine degli anni Venti) perfettamente integrato nei meccanismi del potere sovietico. La situazione di carestia che attanaglia la sua Ucraina non provoca in lui, ma non dobbiamo meravigliarci, alcuna reazione di protesta. Negli anni successivi la protezione di Gor’kij gli permette di evitare le accuse di trockijsmo che colpiscono unasua zia, punita con tre anni di internamento.

Grossman è uno scrittore amato e fortunato. I suoi reportagesono letti ovunque. Allo scoppio della guerra è in prima linea, e un permesso speciale gli consente di percorrere a proprio piacimento le linee dell’esercito russo a Stalingrado. Solo verso la fine della guerra iniziano per lui i primi dubbi sul comunismo. Si tratta di ripensamenti personali, dovuti principalmente ad alcune richieste rivoltegli da un gruppo di scrittori ebrei. Prima di allora, Grossman non aveva mai preso troppo sul serio il fatto di essere ebreo.

A dispetto dell’antisemitismo montante anche tra gli intellettuali sovietici, Grossman si tiene in disparte, e nel ’52 firma addirittura una lettera a Stalin contro gli intellettuali ebrei. Lo scrittore vivecomesu una lama di rasoio: di qua il successo pagato a prezzo dell’ignominia, di là il baratro della persecuzione. Questo episodio produrrà molta vergogna in Grossman, che in seguito comincerà a essere fatto oggetto di attacchi antisemiti. Ciò nonostante, i suoilibricontinuanoaesserepubblicati con successo.

Insomma, per motivi anagrafici Grossman non appartiene propriamente alla cerchia dei dissidenti, non può essere un nemico del regime e  perciò non gli si oppone per motivi ideologici. Ma il regime ha buon naso, e individua in lui un nemico prima che lui formuli chiari propositi di opposizione. A quel tempo il dissenso non esisteva ancora: ricordiamo che Vita e destino fu scritto prima delle opere di Solzenicyn.

E così avviene il sequestro di Vita e destino. E da quel momentola vita diGrossman consiste essenzialmente, fino alla morte, nel tentativo di salvare la propria opera. Ci riuscirà.

Il libro ha avuto in Italia una prima edizione nell ’84, presso Jaca Book. Il capo del Pcus (Partito comunista sovietico) era Cernenko, appena succeduto ad Andropov, e come i suoi dirigenti anche l’Urss non sembravapiù inbuonasalute. Si parlava molto, in Italia, di dissenso russo, a quel tempo. Solzenicyn e Sacharov erano figure a noi familiari. Sempre nell’84,aMilano,duranteunaconferenza stampa cui presenziavo anch’io, Andrej Tarkovskij annunciò la sua intenzione di non fare più ritorno in Urss e di chiedere asilo politico all’America. La traduzione dell’opera di Grossman venne effettuata da Cristina Bongiorno in condizioni difficili: i microfilm, giunti in Occidente grazie all’intervento di Andrej Sacharov, erano illeggibili in alcuni punti, e l’edizione Jaca Book presenta diverse lacune.

Eppure io credo che quell’edizione lacunosa, con quella traduzione discutibile (Cristina Bongiorno si consoli: nemmeno quella nuova è di eccelsa qualità) rendesse il senso di quel libro, la concitazione che ne accompagna la storia, quel misto di frettolosità e di meraviglia, di commozione e di estemporaneità meglio dell’edizione completa - e, ripeto, doverosa - di oggi.

L’uscita di quel libro, prima a Losanna e poi anche in Italia, fu accolta con un senso di vittoria da parte di alcuni e di fastidio da parte di altri. Libri come quello non hanno posto nei profili storici, nei cataloghi ragionati, nelle antologie. Basterebbe, del resto, ricordare Il cavallo rosso di Eugenio Corti, un capolavoro del medesimo spessore che però rimane ai margini della nostra letteratura.

Oggi questo non è più possibile con Vita e destino. I nomi dei vari Solzenicyn e Sacharov sono meno noti oggi di allora, l’Urss non esiste più, e perciò questo capolavoro sarebbe lettera morta, letteratura «alta » (e perciò vagamente inutile) se noi non ritrovassimo nel presente una ragione di resistenza capace di riempire quelle parole lontane. Il totalitarismo che, come diceva Hannah Arendt, considera superfluo l’uomo che pensa, lavora, immagina, etollera solo l’uomo-robot,non esiste più in quelle forme. Eppure l’orrore non è finito. La fabbrica della morte lavora a pieno ritmo non solo in Africa, in India o a Gomorra ma negli ospedali e nelle cliniche, nei parlamenti e nei governi, attraverso la voce di politici e intellettuali moderati, nelle sentenze delle corti di Cassazione, nei rapporti di lavoro e negli interni delle case.

Grossman ha convissuto con questa morte, ha seguito la sua filiera dal produttore al consumatore, ha fotografato prima di chiunque altro la macchina infernale e ogni suo singolo ingranaggio, e ci ha mostrato l’uomo come pura irriducibilità a ogni ideologia, a ogni progetto di chi crede di poter realizzare il paradiso in terra.

Ma sento dire che l’uomo è scimmia, che il suo dna è come quello dei coleotteri, e che il futuro si fonderà sempre di più su questi dati. La cifra dell’uomononsarà la sua irriducibilità, ma al contrario la sua riducibilità. In quel mondo, certo , non ci sarà più nessun posto per Vita e destino, anche se lo potremo acquistare in edizione di lusso in tutte le librerie.