Il logo della bruttezza

La caduta del governo ha risparmiato a Milano la penosa sceneggiata della presentazione alla Triennale del logo dell’Italia voluto dal ministro per i Beni culturali. L’invito, per le 19.30 della fatidica giornata successiva alle dimissioni di Prodi, evidenziava, a fianco del ministro, bravo ragazzo pieno di buone intenzioni, quella di un uomo ombra, sottile e discreto, ma molto attivo, qual è Ricardo Franco Levi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. L’esibizione di questa seconda personalità, annunciata in cartellone, anche se mancata, consente di dividere la responsabilità di questo che può essere, letteralmente, detto «marchio di infamia», per la sconvolgente bruttezza del logo non presentato ma già diffuso da Palazzo Chigi.
La presenza di Levi e la coincidenza con la Bit, Borsa del Turismo, alla Fiera di Milano, sembrano significare che la responsabilità non va al ministero per i Beni culturali, già titolare di uno o due loghi elaborati ai tempi del ministro Urbani, di inverosimile bruttezza, ma alla presidenza del Consiglio per la delega a Rutelli, in quanto vicepremier, del Turismo. Ho sempre dichiarato, e confermato a Berlino nella presentazione delle mostre di Mantegna, l’intelligenza e l’opportunità di avere rimesso insieme Beni culturali e Turismo, in capo a una sola responsabilità che Rutelli ha sapientemente combinato nelle sue due deleghe. E, per questo, non si potrà attribuire ad alcuna personale animosità il mio severissimo giudizio su questo aborto che, nella presentazione di Milano, sarebbe apparso ancora più grave, essendo Milano la riconosciuta capitale del design non solo italiano. Da parte del ministro Rutelli è, in poco tempo, la seconda gaffe rispetto ai primati riconosciuti della capitale lombarda.
Prima, il teatro: le legittime ambizioni degli assessori di Regione e Provincia, le propensioni favorevoli del sottosegretario Elena Montecchi, il sessantesimo anniversario della Fondazione del Piccolo Teatro sembravano rendere inevitabile l’elezione di Milano a sede del festival nazionale del teatro, per predestinazione. E invece il ministero ha esibito un bando mettendo in gara le città di Milano e di Napoli con il risultato di innescare una sgradevole e difficile competizione fra le due città che non tiene conto delle prerogative dell’una e dell’altra.
Ancora più grave la vicenda del logo, il secondo schiaffo, un’inqualificabile congiunzione di una «i» lineare con un puntino verde e di una «t» di forma organica, a boomerang, a sintetizzare nelle due lettere iniziali di «Italia», Italia-turismo. La ridicola «t» è definita nella presentazione ministeriale come «una curva morbida che dovrebbe evocare movimento, flessibilità e fantasia», mentre la «i» «il mondo classico e la tradizione italiana». Sembra una presa in giro, tanto è lontana da qualunque possibile evocazione, dell’Italia e della sua cultura. Un gioco di parole e la pomposa presentazione, nella quale si è affermato che «il governo mantiene oggi un impegno importante», continua con l’ardita metafora «l’Italia lascia il segno». In realtà il segno, nell’Italia del design, nell’anno in cui si celebrano Albini, Gardella e Mollino, e in cui muore Vico Magistretti, è di Landor Associated, un’azienda americana che ha sede in Mississippi (nota per il marchio della Coca-Cola) e che per produrre questo feto, o peto, ha ottenuto un lauto compenso. Si impone all’Italia un marchio umiliante e lo si paga riproducendo, per la seconda volta e sempre per volontà di Rutelli (dispiace ricordarlo), uno sfregio come è stata, più gravemente, la nuova teca per l’Ara Pacis, anch’essa di un americano, Richard Meyer, anch’essa costosissima (tanto da muovere l’inchiesta della Corte dei Conti). Ci si chiede perché.
Il presidente della Triennale, Davide Rampello, che avrebbe dovuto ospitare il ministro e il sottosegretario, osservava candidamente: «Presenteremo un logo americano per l’Italia, con tanti bravi designer italiani che vengono mortificati proprio nella sede del futuro Museo del design. Penso a Pierluigi Cerri, a Mario Bellini, a Francesco Venezia, a Bob Noorda, a Ettore Sottsass, novantenne e vivace. Si vede che Milano dev’essere umiliata». D’altra parte il progetto vincente per l’area della ex Fiera, City Life, prevede, come simboli, tre grattacieli di architetti stranieri. D’accordo, i concorsi. Ma, forse, per due lettere, nell’Italia di Aldo Manuzio, di Giovanni Battista Bodoni e di Franco Maria Ricci (inventore di memorabili loghi) un italiano sarebbe stato sufficiente. E magari l’avrebbe offerto, al suo Paese, gratuitamente.