Un Lohengrin perfetto guidato da Gatti

da Milano

Daniele Gatti ha diretto la Filarmonica della Scala, molto applaudito. In questi mesi, con la Scala senza direttore stabile, ogni buon direttore viene messo in relazione al teatro e in confronto coi colleghi. Vorrei invece pensare un poco a Gatti lui come lui.
Mi pare che sia in un momento molto interessante. Ha 45 anni, età eccellente per il suo mestiere. Ha qualità native straordinarie. Da ragazzo poteva commuovere nel Werther di Massenet mentre andava di moda il direttore secco. Se si rompeva il braccio destro, dirigeva con la bacchetta nella sinistra. Quando cominciò a fare carriera, ricordo l'applauso di sortita prima dei Puritani di Bellini al Covent Garden dove pure non l'avevano mai visto. È un predestinato.
Poi c'è stato il periodo dello sviluppo. In Italia, a Santa Cecilia e al Teatro Comunale di Bologna. Sempre ad alto livello, ma senza troppi botti d'entusiasmo, salvo eccezioni. Conosceva perfettamente le partiture, ma qualche volta s'incantava tanto ad ascoltarle che sfiorava l'ammoscio.
Una Donna del lago al Rossini Opera Festival stava all'estremo limite dell'incantesimo. Un Don Giovanni di Mozart sembrava concludersi ogni quadro.
Poi qualche cosa cambiò nella sua testa, nella sua vita, nella sua cultura. Il gesto si arricchì, diventò pronto a prevenire gi attacchi con la giusta espressione, senza perdere precisione e senso dell'insieme. Ma cominciò ad essere anche un po' dimostrativo. Qualche «adagio» diventava l'Adagissimo di Gatti, qualche «presto» diventava il famoso Maestro Gatti scatenato nella velocità colla sua orchestra. Ingenuo, perché senza malizia e scoperto, e ostinato, era un po' insieme Snoopy e il Barone Rosso.
Adesso è maturato e tutto il suo percorso sta confluendo in un'arte sicura. Prima dell'ultimo concerto - se ne è parlato nelle pagine cittadine - ha diretto, alla Scala, il Lohengrin di Wagner. Edizione disagevole, con una compagnia di canto dove solo la grande Waltraud Meier aveva la potenza leggendaria della perfida Ortrud, e gli altri, König, Dean Smith, Anne Schwanewilms, erano poco più che decorosi, e dove lo spettacolo con la regìa di Lehnhoff accostava un atto tutti fermi in un grigio e sporchiccio anfiteatro, un altro su uno scalone a rampe incrociate in una splendida lezione di recitazione e luci, e un quadro borghese nell'ultimo che si trasforma nell'anfiteatro iniziale. Costumi misti d'epoche e niente arrivo del Cigno: la storia chiusa nella solitudine della giovane salvata e abbandonata dall'eroe senza nome. Oh bella: Freud per immetterci negli oscuri segreti dell'anima ci rimandava al mito (pensate a Edipo) e noi semplifichiamo con casistiche freudiane buttate là la ricchezza profonda del mito e la sua concretezza. Bene: Gatti non ha ceduto a trappole, ed ha condotto il discorso musicale con cantabilità italiana e densità tedesca, in equilibrio.
E così ha fatto in concerto. Certo, uno può desiderare la Sinfonia «Italiana» di Mendelssohn come uno scoppio di vita, alla Bernstein, ma non può che apprezzare la gattesca conversazione affettuosa, malinconica, ironica, senza l'ombra di enfasi. E nella sintetica Konzertmusik opera 50 di Hindemith come nella maestosa Prima Sinfonia di Brahms può aver voglia di ascoltare il direttore, così saldamente ispirato, alle prese con un'orchestra superiore; perché i violini oltre un certo volume fanno udire un po' di strofinio; e, tanto per dirne una, in Brahms, nell'introduzione dell'ultimo tempo, dopo che Gatti si è prodigato ad accogliere fiati e archi in una specie di abbraccio d'attesa e ha fatto sorgere dal nulla i pizzicati e teso il grande crescendo, il corno dovrebbe uscire con l'alone di ottoni nella tonalità piena di do maggiore come un miracolo: quando lo ascoltavamo coi Berliner Philharmoniker e Karajan sul podio ci sentivano quasi sul carro di Fetonte che si bruciava nel sole e qui ci dà poco più di un calduccio. Ma unito al calore del pubblico è già un conforto.