Loi: «Il calcio? Una malattia che non passa»

Con quelli come Franco Loi non sai mai come va a finire. Cominci parlando di letteratura e poi discuti di calcio. Al poeta l'argomento piace. Loi, che prima di raggiungere la fama letteraria ha fatto il ceramista e l'operaio, non ama atteggiarsi da intellettuale ed è attento alle cose semplici. Classe 1930, nato a Genova da famiglia sarda quasi subito trapiantata a Milano, già a metà degli anni Settanta metteva in versi - nel poemetto in dialetto meneghino «Stròlegh» - la sua città con i cortili delle case di ringhiera degli anni ’40 e ’50. Allora, ricorda, si giocava a pallone per strada. «Ma la prima volta che ho visto una partita vivevo ancora a Genova. Da casa mia, che stava su una collina, si scorgeva lo stadio: mio zio mi costruì un'altalena e io da lì, con un binocolo, vedevo questi omuncoli che correvano dietro a un pallone. Era come essere in una fiaba».
Cosa rappresenta il calcio?
«Il calcio è come quelle malattie che non passano più, per questo mi vergogno di quello che è accaduto nel campionato. Quando arrivai a Milano avevo solo 7 anni e abitavo in via Teodosio, che era un quartiere di interisti. Nella nostra compagnia solo un ragazzo era tifoso del Milan e io, per solidarietà, divenni milanista. Allora l'Inter era la squadra dei ricchi e noi due non lo eravamo».
Giocava e andava allo stadio?
«Sì, ho tanti ricordi legati alla mia squadra del cuore. Penso a un incontro giocato in casa col Torino: noi ragazzi ci siamo persino messi a spalare perché aveva nevicato e la partita rischiava di saltare».
Come andò a finire?
«Il Milan giocò bene, ma i granata ci fecero un bel contropiede e segnarono il gol della vittoria. Allora l'atmosfera dello stadio era magica: eravamo sì tifosi, ma senza aggressività. Quando la partita finiva si andava d'accordo: si usciva dallo stadio e si prendeva il tram. Di soldi non ne avevamo: non facevamo il biglietto e quando il mezzo era pieno, ci attaccavamo fuori».
Un derby che ricorda?
«Uno bellissimo nel '46. L'Inter era forte e aveva giocatori come Passalacqua: il Milan faticava a stargli dietro, anche se avevamo il bravo Boffi. Per me fu un derby speciale: quel giorno io e i miei amici eravamo in 5 e con pochi spiccioli. Entrare a San Siro costava 3 lire per ciascuno e noi ne avevamo 3 in tutto».
Riusciste a vedere la partita?
«Tentammo la sorte. Poco prima della gara siamo andati al Galoppo a scommettere. Mi ricordo che puntammo quelle uniche 3 lire su un cavallo: lo guidava Enrico Camici, un fantino straordinario. Eravamo così inesperti che per tutta la corsa seguimmo un cavallo sbagliato. Pensavamo di aver perso tutto e invece dall'altoparlante annunciarono la nostra vincita proprio mentre stavamo uscendo».
Che cosa vinceste?
«Cinque volte la puntata: con le 15 lire entrammo a San Siro. Non solo: quel derby fu vinto dal Milan 3 a 1. Indimenticabile».