Loiero & C., nuovi governatori vecchi gattopardi

Pietro Mancini

In Calabria, in questo caldo mese di agosto, il neo governatore ulivista, Agazio Loiero, non è riuscito a regalare ai turisti, come aveva assicurato, l'agognato mare pulito. In compenso, ha creato cinque nuove poltrone di sottosegretario, che non esistevano in nessuna istituzione decentrata, allo scopo di tacitare tutto l'esercito di portaborse dei cespugli dell'Unione, che non era riuscito a imbarcare nella sua pletorica giunta. Loiero ha difeso queste e altre discusse nomine, mostrando, come altri suoi colleghi presidenti, un ingiustificato fastidio anche per le critiche più pacate e costruttive. Ignorando non solo i rilievi dei giornali, ma anche le raccomandazioni alla sobrietà nelle spese e nell'affidamento degli incarichi e delle consulenze che hanno dato a lui e agli altri «cacicchi rossi» i vescovi del Mezzogiorno e il recente Consiglio nazionale dei Ds.
Mentre i governatori progressisti, in questi primi mesi di attività, hanno dimostrato evidenti sintomi di una grave forma di ministerialismo, a sinistra cominciano a farsi sentire le prime levate di scudi contro le degenerazioni e gli sprechi più preoccupanti. In Campania, il diessino Umberto Ranieri, ha preso di petto Bassolino: «Caro Antonio - gli ha detto il deputato dalemiano - devi riuscire a capire che il vero nodo del contendere è se la sinistra debba continuare, o meno, a identificarsi con una visione del federalismo, che ha trasformato le regioni in una replica fedele, con il loro gigantismo e la loro incontenibile vocazione ramificatrice del modello centralistico, di cui doveva rappresentare, invece, la trasformazione». Non si può dar torto a quanti, come Ranieri, protestano per i ritardi delle Giunte regionali di centrosinistra nel fornire risposte efficienti e concrete, attuando profonde riforme e un reale decentramento, alla contestata devolution, approvata dal centrodestra. Dopo i tanti slogan e le mirabolanti promesse della campagna elettorale, non sembra proprio fuor di luogo o eccessivo incalzare i Vendola, i Loiero e i Bassolino con opportune sollecitazioni e motivate critiche. Spingendoli a fornire, possibilmente in tempi brevi, dei chiari ed evidenti segnali di «discontinuità», per usare un termine caro al presidente Casini, nella amministrazione delle rispettive Regioni. Spetterebbe proprio ai «mandarini rossi» di dimostrarsi sensibili ai richiami alla moralità nella politica, che il prodiano Arturo Parisi ha indirizzato ai capi e ai luogotenenti dei partiti e dei cespugli dell'Unione. Invece, oggi, soprattutto al Sud, la questione morale, a quattro mesi dal voto delle regionali, che ha largamente premiato il centrosinistra, appare frantumata, inesorabilmente, nel «contesto» come lo avrebbe definito Leonardo Sciascia, politico locale, composto da trasversalità, intese clandestine, inverecondi salti sul carro dei potenti, correnti al posto dei partiti, bassi interessi elettorali, clan, complicità e accordi sottobanco. Purtroppo, nei partiti e nelle Giunte, scarseggiano gli ambiziosi progetti e imperversano le lotte al coltello per le poltrone del sottogoverno e delle Aziende sanitarie locali. Si sentono prolissi e aulici discorsi, ma i comportamenti più spregiudicati sono tutt'altro che archiviati. Anzi, avviene di peggio. I «cambiamenti» sono affidati ad alcuni dei personaggi e a partiti, che vengono, non a torto, ritenuti dall'opinione pubblica i maggiori responsabili della crisi della politica, delle istituzioni e degli enti regionali. Del resto, nel Sud, il gattopardismo ha ragioni, storiche, molto profonde ed è figlio del trasformismo.