Lolita ha vinto e s’è moltiplicata su YouTube

La liceale ha i capelli scuri, lunghi, neri. Il titolo del filmato dice che è friulana. In classe il professore non c’è, i banchi sono abbandonati e confusi lungo le pareti. Forse c’è un’assemblea. La ragazza ride, si porta al centro della scena, gli altri la circondano, in sottofondo senti: dai, su, sbrigati, facci vedere. Malizia, un’ombra di pudore, un gesto sfacciato, poi una mossa repentina. Tira su la maglietta e mostra il reggiseno, bianco. Un ragazzo si avvicina e incastra un’evidenziatore arancione tra i due seni. Lei ride, tutti ridono. Il rumore di sottofondo sale. C’è tifo da stadio. La ragazza tira via anche il reggiseno e mostra, si gira e si ferma ad ogni punto cardinale: sud, est, nord, ovest. Resta così mentre passeggia per la classe. Applausi. Altra scuola, altra scena. Qui vince il lesbo. Due ragazze, anche questa volta in reggiseno, si lanciano in un lungo bacio appassionato. Si abbracciano, si accarezzano, si lasciano andare. Il resto della classe si gode lo spettacolo. Tutto questo, naturalmente, si trova in uno dei tanti siti di file sharing, lì dove si scambiano foto e musica, dove si caricano e scaricano immagini e suoni. Modello YouTube e di tutti i suoi cloni.
È questa la scuola? No, è solo il suo videoclip. È un frammento d’immagine, ma che segna un punto di non ritorno. La scuola è stata desacralizzata. Non è più un luogo protetto. Non c’è più un’ombra di autorità. Non c’è più dignità. La scuola non è più una chiesa laica del sapere. Non è un tempio dell’istruzione. È un posto dove si può entrare con le mutande fuori dai pantaloni e con l’infradito. La scuola non ha più barriere sacre e riflette tutto ciò che c’è fuori. E aggrega, senza sconti e senza filtri, lo spirito del tempo. Non c’è da aver paura, quindi. I vostri figli non sono visitors, sono solo l’avatar, proprio come accade in Second Life, del vostro orizzonte culturale. Respirano ciò che voi respirate. La scuola, e i suoi abitanti, sono un’autobiografia di questo Paese. Basta leggerla.
La voglia di mostrarsi e di guardare non nasce dal nulla. Il telefonino con telecamera in tasca è un’equazione esponenziale del voyeurismo. È il grande fratello prêt à porter. Click e zoom e ti ritrovi nel ruolo di Taricone o di una delle tante ragazze della casa. Gli altri osservano e fanno girare le immagini per il mondo. Passano e si moltiplicano di telefonino in telefonino, di web in web. L’immagine n è elevata ad n. Basta poco per sentirsi onnipotenti. È il proprio io frammentato e moltiplicato. Inebriante.
La tecnologia spiega questa orgia di assoluto, ma non è colpa o merito di YouTube se le ninfette ballano mezze nude a scuola, ammiccando alla telecamera. YouTube offre i mezzi, non sceglie la sceneggiatura. L’esplosione delle ragazzine in videotelefonino è solo la vittoria definitiva di Lolita sul professor Humbert Humbert, insegnante quarantenne di letteratura francese, voce narrante del romanzo di Nabokov. Lolita non fa più scandalo e il peggio che le possa capitare è sfilare in passerella a Potenza. Lolita, soprattutto, si è resa conto che non ha bisogno di Humbert. Può fare da sola. C’è un mondo da sedurre e che la guarda.
Le studentesse italiane vengono dopo due decenni di lolitismo pop. Alle loro spalle ci sono Britney Spears e Cristina Aguilera o il manifesto di American Beauty, con Angela Hayes che allarga le braccia in un letto di rose. C’è l’immaginario da college inglesi delle Spice Girl, c’è il dopo pranzo casalingo di «Non è la Rai», ci sono i Manga giapponesi. C’è la piccante e diabolica Lamù, il primo cartone animato che sbarcò negli anni ’80 sulla televisione italiana, lasciando cadere con un leggero rossore il reggiseno. C’è il lesbismo sdoganato, senza tabù, che fa piacere ai maschi e inebria le donne. C’è il bacio di Madonna a Britney e il rock saffico delle Tatù. C’è la cultura delle sororities, le «sorellanze» delle università americane narrate da Tom Wolfe in Io sono Charlotte Simmons. Lì dove esiste una sola legge aurea: sesso ergo sum. La chiamano identità.