Dalla Lollo a Minà, gli orfani di Fidel sognano ancora il paradiso perduto

Tra gli aficionados si sprecano gli elogi. Per Rizzo ha fatto scuola: «Se oggi c’è Chavez è grazie al solco scavato da quella vecchia talpa»

Prendi una come Gina Lollobrigida: «Il Times ha scritto che gli uomini mi zompano addosso ovunque vado: invece lui, Fidel, no, è uno che ha rispetto per la donna, che ha maniere da gentiluomo, lui, così squisito, così soft, con quelle mani così belle». Questa roba era sull’Espresso del 6 ottobre 1974. E prendi uno come Luigi Nono, il compositore già genero di Nanni Moretti: sua, nello stesso periodo, è un’autentica «Musica per il Che». E ancora, stesso mese e stesso anno, eccoti Alberto Ronchey sempre su l’Espresso: «Cuba è quell’isola in cui quasi tutti al mondo hanno depositato un tributo... tutto questo continua a reggersi e a far meraviglia». Capite bene che continuare serve a poco, perché la ricerca di chi impazziva per Cuba porta solo a sterili elenchi: negli anni Settanta e Ottanta c’è chi impazziva per luoghi più verificabili come l’Unione Sovietica e la Cina e il Vietnam, figurarsi che cosa potessero pensare di un’isola provocatoriamente vicina agli Yankees ma con l’aggiunta di mare, palme, rum, beveroni di Mohito, sigari havana e peraltro sorridenti signorine, anzi «accompagnatrici di amici stranieri con voglia di relazionare», come dicono le guide. E comunque gli aficionados di Castro sono in forma ancor oggi, non serve ravanare negli archivi. Il comunista Marco Rizzo l’ha detto ieri, mica trent’anni fa: Castro, è stato un esempio che ha fatto scuola in tutta l’America latina. Parole sue, e «se oggi abbiamo Chavez è perché c’è stato Fidel: ben scavato, vecchia talpa». Scavato la fossa dei nemici politici, forse. Su questo è molto divertente la battuta circolata durante una riunione di redazione del Foglio: «Castro si dimette dopo un solo mandato». Ma è ancora più divertente il surrealismo del comunista Oliviero Diliberto: «Anche da una posizione meno esposta potremo contare per molti anni sui suoi (di Fidel, ndr) preziosi consigli, analisi e idee». I carcerati cubani sono avvertiti. Fausto Bertinotti invece ha ostentato prudenza («Si mette da parte un grande protagonista, comunque lo si voglia giudicare») e però solo tre anni fa era appena più tronfio: «Quello di Cuba è un esempio importante che del resto viene riconosciuto da tutti i governi democratici latinoamericani a partire da quello del Brasile». Nel 2006 non a caso i rifondatori Bertinotti e Franco Giordano inviarono affettuosissimi auguri a Fidel per i suoi ottant’anni, con relativa polemica sollevata da Pietro Ingrao cui Castro non era piaciuto mai. Ma un messaggio di «felicitazioni per i grandiosi successi» era già giunto dal comunista Armando Cossutta, forse il più sentimentale: «Auguri calorosissimi per raggiungere nuovi traguardi per i quali l’intera umanità progressista è impegnata al fianco della popolazione cubana». Formalismi? No, Cossutta era e resta convinto: «A Cuba credo che i dati positivi siano di gran lunga infinitamente superiori a quelli negativi. Conosco Fidel da tempo, siamo anche coetanei, e ho avuto con lui vari incontri: Cuba rimane fra tutti i Paesi dell’America Latina quello più avanzato sul piano dell’istruzione, della sanità, della scienza, della ricerca e, come ha affermato il maestro Claudio Abbado, anche sul piano dell’arte e della musica». Abbado? Ah, giusto: nel marzo 2005 il celebre direttore scrisse una memorabile lettera pro-Cuba sul Corriere della Sera, ma era solo la coda di un altro appello internazionale pubblicato su El Pais e firmato da duecento fra intellettuali, politici e artisti di tutto il mondo. Cioè: premi Nobel come Adolfo Perez Esquivel, José Saramago, Nadine Gordimer e Rigoberta Menchu, oltre a personalità nostrane come l’ex direttrice del Manifesto Luciana Castellina, l’immancabile Gianni Minà e soprattutto Red Ronnie. Il gruppone sottoscrisse una petizione affinché l’Onu non condannasse l’isola di Fidel per violazione dei diritti umani, sottolineando che oltretutto «a Cuba non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extragiudiziaria», e poi «la rivoluzione ha permesso il raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente». Inutile dire che i seguenti assunti furono più volte e tristemente smentiti: galera politica, centri di rieducazione, cubani giustiziati solo perché cercavano di lasciare l’isola, prigioni come colonie di affamati e tubercolotici che muoiono a frotte ogni anno, dissidenti scomparsi o condannati all’ergastolo, decine di giornalisti o semplici cittadini arrestati solo per aver fornito informazioni a organizzazioni internazionali umanitarie.
Meglio lasciar credere che Cuba sia solo un paradiso dove i turisti ballano la salsa e quattro poveri cristi intanto sfiatano trombe, maltrattano conghitas e si sfondano nelle discoteche.