Il Lombardia è un Bettini-show Sul lago la rivincita del mondiale

Il Grillo domina la corsa alla sua maniera: va all’attacco e vince in volata

Cristiano Gatti

nostro inviato a Como

Bene, l'inverno può pure arrivare. Gli amanti del genere affrontano il lungo letargo della bicicletta cullandosi nelle più dolci visioni, a colpi di Bettinate. Che cosa siano queste Bettinate è ormai molto facile da chiarire: ormai sono un genere, singolarissimi e personalissimi gesti d'autore, unici e inconfondibili. Un po' colpi di genio e un po' colpi di testa. Per gli ortodossi della strategia, il nostro campionissimo mignon - campionissimo delle corse in linea, ovvio - spreca troppe energie e rischia magari di buttarsi via. Per chi invece cerca solo del puro divertimento, lui è il meglio che c'è: sempre all'attacco, sempre generoso, sempre più sprint.
Il Giro di Lombardia numero novantanove, però centenario d'età, è la sublime rappresentazione di questo nostro patrimonio nazionale, in realtà un po' sottovalutato nel panorama generale forse per via di un'inguaribile semplicità esistenziale (figuriamoci: giù di bicicletta fa il contadino sulle colline della sua Livorno, senza portare neppure un orecchino e senza neanche sfilare in un varietà televisivo). Quest'uomo che non piace alle Veline, ma che ha un acume e un'arguzia ragguardevolissimi, potrebbe correre l'ultima superclassica dell'anno sprofondato nella più totale comodità: standosene a ruota per 250 chilometri per poi sprintare senza pietà. Così dovrebbe comportarsi in base ai sacri canoni della saggezza tattica, così potrebbe gareggiare in base a una condizione atletica strepitosa (ha fatto il diavolo a quattro nel mondiale, perso per la ben nota patacca di Petacchi, quindi è andato a sfogare rabbia stravincendo la classica di Zurigo).
La Bettinata sta tutta qui: potrebbe correre un Lombardia cinico e speculativo, invece lo domina senza risparmio di effetti speciali. Il campione è questo: tutta la sua carriera di bounty killer delle superclassiche (è a quota otto, più l'Olimpiade) è fondata su questa dirompente e anche un po' dissennata aggressività. Il suo primo Lombardia comincia sul Ghisallo, dove fracassa il gruppo con un'andatura addirittura sfrontata. In questa fase, il campione olimpico capisce subito quali saranno i nemici di giornata. Il più forte, il più cocciuto, il più temibile è anche il più atteso: sempre lui, il Mazzinghi del ciclismo, Gilberto Simoni.
Il match, in cui si intromettono senza grandi possibilità il siculo Caruso e il lussemburghese Schlek, diventa immediatamente bellissimo e furibondo. Stando alle caratteristiche dei due rivali, gli attacchi spetterebbero a Simoni e la difesa a Bettini, visto che questi è nettamente più veloce in volata. Invece va tutto alla rovescia: la Bettinata è per sua natura tutta alla rovescia. Rieccolo all'attacco sulla penultima salita, con Simoni che incassa senza andare giù. E rieccolo ancora all'attacco imboccando il San Fermo, con veduta panoramica sul traguardo di Como (a proposito: non esiste città più comoda e veloce da pronunciare, ma Bulbarelli preferisce chiamarla così: «La città della seta con l'omonimo lago»).
Niente da fare. Anche se Simoni non stramazza al tappeto, il destino del duello è segnato. Bettini va anche alla volata in modo naif, partendo davanti, ma è talmente forte da consentire al rivale soltanto una dignitosa sconfitta. Punto e a capo, la nuova Bettinata è pronta e scodellata: «Che devo dire: quando sto bene, mi piace fare casino. Ci prendo gusto. Forse ho esagerato, come sempre: ma questo Lombardia lo volevo a tutti i costi. Certo, se alla fine lo perdevo era tutto un altro casino... ».
Nessuno tocchi Bettini e le Bettinate. Lo vogliamo così. Nell'interminabile stagione dei campioni part time, grandissimi ma tirchissimi, disposti a concedersi soltanto in dosi omeopatiche, una volta all'anno (caposcuola Armstrong), il nostro cammeo livornese manda all'aria tutte le convenzioni e tutti i luoghi comuni, correndo dalla Sanremo al Lombardia, senza il minimo risparmio energetico. Si chiedono i tecnici: che campione sarebbe, se sapesse risparmiarsi e gestirsi? Controdomanda da due lire: che ciclismo sarebbe, se non ci fosse Bettini?