Lombardia e federalismo: la Lega fa i dispetti

Il Carroccio pensa di cavalcare i sondaggi e in primavera correre da solo in alcune città chiave di Lombardia e Veneto: il vero obiettivo è la guida della Regione. Il premier Berlusconi: "Vorrei un gioco di squadra"

Roma - Un passo indietro è d'obbligo. Perché a sfogliare la Padania dell'ultimo mese appare piuttosto chiaro che la querelle tra Umberto Bossi e Mariastella Gelmini non è certo frutto di antiche ruggini. Tutt'altro, visto che il quotidiano della Lega Nord - direttore politico proprio il Senatùr - ha dedicato l'estate a una campagna sulla riforme della scuola. Aperta il 12 agosto con un'intervista in prima pagina al ministro dell'Economia Giulio Tremonti (che in Lega un certo peso ce l'ha) dal titolo piuttosto eloquente: «In soffitta la scuola figlia del '68. Torni il voto e un solo maestro». E chiusa il 22 agosto con un'altra intervista, guarda un po', alla Gelmini. Anche in questo caso, la titolazione rende l'idea: «Ecco le mie riforme, il '68 andrà in soffitta». Con lunga dissertazione sul maestro unico: «Una buona idea», spiegava il ministro dell'Istruzione. E che Bossi sul punto non fosse affatto scettico non lo certifica solo il voto unanime del Consiglio dei ministri sulla riforma Gelmini ma anche gli strali agostani arrivati da Ponte di Legno. Quando era il leader della Lega a far presente che «la scuola dispensa troppi stipendi» e che «tre maestre non servono» e ne basta una sola.

Perché, dunque, questo cambio di passo? Chi era presente domenica sera a Torino, racconta che Bossi non ha attaccato a testa bassa la Gelmini come hanno riportato le agenzie di stampa e alcuni giornali. Ma solo fatto presente, spiega il presidente dei deputati del Carroccio Roberto Cota, che «quella del maestro unico è una scelta necessaria perché le casse dello Stato sono in affanno» e che «ora il problema è gestirlo a dovere». Dentro il Pdl - in Forza Italia, ma soprattutto in An - non la leggono proprio così. Perché non è la prima volta che il Senatùr polemizza con la Gelmini e perché - il messaggio è di un ministro di An - «la nostra disponibilità a sostenere le battaglie del Carroccio non può essere a costo zero». Come dire: se noi vi veniamo incontro sul federalismo fiscale, voi fatelo sul resto. Argomento, questo, che è stato oggetto di dibattito nell'incontro notturno della scorsa settimana a Palazzo Grazioli con Berlusconi, Bondi, Verdini, Cicchitto, Quagliariello, La Russa, Matteoli, Ronchi, Bocchino e Gasparri.

Già, perché l'impressione che si fa largo nel Pdl è che la Lega stia puntando i piedi. Per due ragioni distinte che si stanno lentamente sovrapponendo creando una certa insofferenza anche nel Cavaliere. "Che in un momento in cui il governo ha tanto gradimento - si sarebbe sfogato in privato Silvio Berlusconi - siano proprio loro a non fare gioco di squadra, davvero non lo capisco... ".

Alla disfida sul federalismo fiscale - dove seppur con i guanti di velluto il ministro per gli Affari regionali Raffaele Fitto sta resistendo saldamente alle accelerazioni di Roberto Calderoli - si è infatti aggiunta la questione della successione alla presidenza della Regione Lombardia. Bossi, non è una novità, punta alla guida delle tre regioni chiave del Nord (Cota in Piemonte, Tosi o Zaia in Veneto e in Lombardia Maroni o Castelli). Ed è proprio quest'ultima la chiave di volta, visto che il premier si sarebbe ormai convinto che la Lombardia è l'unica regione su cui non può avere tentennamenti. Insomma, il successore di Formigoni dovrà essere un esponente di Fi, prima in lizza quella Gelmini con cui se l'è presa Bossi nelle ultime settimane. Su Piemonte e Veneto, invece, il Cavaliere sarebbe ben più disponibile verso le richieste del Carroccio.

Alla partita strettamente elettorale si affianca quella di governo. Perché se Calderoli sta facendo di tutto perché il federalismo fiscale rientri in un collegato alla Finanziaria, Fitto - con il placet di Gianni Letta e pure del Cavaliere - resiste e spera di riportare la questione sui binari più ordinari di un normale disegno di legge. Altrimenti la riforma della giustizia e quella del federalismo verrebbero ad avere due corsie diverse, con la prima impantanata in Parlamento per un anno e la seconda decisamente più spedita e magari in via d'approvazione già a gennaio. L'aut aut del vicecapogruppo del Pdl alla Camera Osvaldo Napoli non è affatto casuale: «Giustizia, federalismo fiscale e candidature alle amministrative devono essere discusso in un solo pacchetto». Perché la Lega - circostanza che a via Bellerio non smentisce nessuno - sta pensando di cavalcare i sondaggi e in primavera correre da sola in alcune città chiave di Lombardia e Veneto. Motivo per cui, a differenza di quanto chiesto da Roberto Maroni, difficilmente la bozza Calderoli sarà approvata nel Consiglio dei ministri di questa settimana.