In Lombardia An è pronta al salto Fi risponde all’attacco della Lega

Milano«An nel Pdl? Non capisco quelli che hanno paura di chiudere bottega e traslocare». Timore incomprensibile, «non c’è alcun rischio» sostiene Carlo: «È un déjà vu, come il passaggio di Fiuggi dove il Msi si aprì ad An e a nuove, altre esperienze». Non ha dubbi Fidanza. Trentadue anni, capogruppo An al Comune di Milano e vicepresidente nazionale dei giovani An, Carlo Fidanza, già sente il Pdl come casa sua. Naturalmente, avverte, il partito è «uno strumento non l’obiettivo» e, quindi, ciò che conta è l’idea: «La destra è un’idea forte, un’idea che non si scioglie».
Lo dice e lo ridice anche Paola Frassinetti, parlamentare milanese di An, sempre in prima fila nel Fronte della Gioventù degli anni Ottanta, che insieme all’azzurro Alessandro Colucci, coordinatore provinciale, organizza serate «militanti» dal titolo che dice tutto: «Il Pdl è... la forza delle identità». «Noi destra, loro riformismo socialista, altri sempre targati Fi cattolicesimo sociale. Ecco il mix di quello che già siamo e che non perderemo ovvero un partito di centrodestra che vuole modernizzare il Paese, che vuole cioè lasciare un segno nelle città». Tutto bene, dunque? «Be’, qualche problemino c’è nella base ma è di natura organizzativa». Traduzione: «Sul territorio c’è chi è il primo in An e adesso teme di diventare il secondo nel Pdl».
Minimizza Frassinetti and company, mentre sul «territorio» si marca il terreno, si delimitano i confini. Un esempio? «Le vecchie sezioni del Msi di Monza e Brianza diventate circoli di An resteranno inscritte nel patrimonio di An che è ben più consistente di quello di Fi» chiosa un dirigente provinciale, mentre si fa la quadra delle future nomine nelle partecipate delle amministrazioni che vanno al voto: «La percentuale settanta-trenta va adeguata e ai tavoli che decidono si abbassa Fi a sessanta e si alza An di dieci punti. Sessanta contro quaranta è assai più ragionevole».
Evidente, però, che il «problemino» della nuova famiglia politica non è solo frutto di addizioni o di sottrazioni delle nomine che contano: in gioco c’è la guida del Pdl lombardo che spetta a Forza Italia. Scelta che di default segue e accompagna le candidature alle provinciali e alle comunali. Dopo l’uscente di Forza Italia Guido Podestà, candidato alla Provincia di Milano (sarà ufficializzato tra due settimane), occorrerebbe, secondo i rumors di viale Monza, head quarter azzurro, in Lombardia «una persona forte e in grado di mediare con la Lega che avanza». Un cognome? Giancarlo Abelli, vicecoordinatore nazionale di Forza Italia. Vice? Massimo Corsaro di An. Anche Podestà continua ad avere sponsor per il governo del Pdl lombardo. Alternativa? Un triumvirato in linea con la quota settanta-trenta: Abelli, Podestà e Corsaro. Cognomi a parte, c’è la Lega che «avanza» e soprattutto che pretende. Lo prova il continua tiramolla sulle candidature: il Carroccio oltre a Bergamo e Sondrio rivendica anche la presidenza della Provincia di Brescia.
Guida offerta a Giuseppe Romele su indicazione di Forza Italia in accordo con An che gli esponenti leghisti mal digeriscono per una questione di «territorialità». Secca la replica della bresciana Viviana Beccalossi, già vicepresidente della Regione Lombardia, che ha fatto un «passo indietro» per lasciare spazio all’azzurro Romele: «La Lega è un partito forte sul territorio ma senza alleanza con Fi e An che sono presenti ovunque, molte delle loro istanze troverebbero meno ascolto e disponibilità». Chiara la preoccupazione di un eccesso di arrendevolezza alle richieste della Lega.
Timore che sospinge Mariastella Gelmini, sostenitrice di Romele, a (ri)mettere i paletti: «È un problema di proporzionalità, nel senso che in Lombardia vi è una forte presenza della Lega ma è anche forte quella del Pdl e al suo interno soprattutto di Fi. Pensare che venga penalizzata la componente del Pdl e comunque quella di Fi, credo sarebbe un danno per tutti». Un danno di troppo che non ci si può permettere, mentre dietro l’angolo c’è il Pdl che nasce «forse con qualche lacrima, ma con una certezza: quella di servire l’Italia» chiosa Maurizio Cadeo parafrasando Giorgio Almirante che però, sorpresa, non sta nel pantheon di An.