Lombardo fa propaganda azzerando la giunta regionale

«Questa casa va rasa al suolo e ricostruita», ha tuonato Raffaele Lombardo riferendosi alla giunta regionale siciliana della quale è a capo. Come non condividere le sue parole? La casa è quella che è, sbilenca e instabile. Marcia dentro e marcia fuori. Raderla al suolo resta dunque l’unica cosa ragionevole da fare, a condizione però che a costruirne una nuova siano gli elettori, non lo stesso Raffaele Lombardo. Il quale ha molti meriti, non gliene togliamo nessuno. Ma nella sua furia rinnovatrice - il piccone in una mano, la cazzuola nell’altra - troppo forte è l’eco di quella iattura che fu il milazzismo - con le sue liturgie, con i suoi insistenti e ipocriti appelli al bene comune - per potergli dare fiducia. Per poterlo credere sincero. D’altronde non è così sorprendente che a raccogliere la bandiera più sudicia che lacera del milazzismo sia proprio Lombardo, che con Silvio Milazzo ha non poche cose in comune. Non ultima, ovviamente, l’ambizione del potere ottenuto (e mantenuto) attraverso spregiudicati apparentamenti di forze politiche antagoniste. Rese per l’occasione docili dalla prospettiva della spartizione di una torta assai ricca e plausibili dall’incombere di una «emergenza», di una «eccezionalità» alla quale far fronte sparigliando le carte della politica.
Tuttavia, se Raffaele Lombardo spera che si ripeta il miracolo di far incassare il ritorno sulla scena del milazzismo, si illude. Cinquant’anni fa esso poté essere accettato, seppure turandosi il naso per coprirne la forte puzza, grazie alla fidejussione del Pci che aveva come plenipotenziario in Sicilia il compagno, assai tosto, Emanuele Macaluso. Ma oggi, li abbiamo sotto gli occhi, i Macaluso, gli esponenti della sinistra sui quali Lombardo vorrebbe poter contare, son solo dei quaquaraquà. Minutaglia della politica, come d’altronde è minutaglia la rappresentanza isolana degli altri schieramenti. Con interlocutori di tal calibro, un disegno ambizioso e spregiudicato come quello messo a punto nel ’58 da Milazzo è destinato a non avere non solo un futuro, ma nemmeno un presente. Ne uscirebbe un velleitario, inane papocchio incapace, per quante stampelle possa trovare, di reggersi in piedi. E non ingannerebbe nemmeno per un minuto la pubblica opinione, ormai poco incline a farsi suggestionare - da politici di tal fatta, poi - alla chiamata per il rinascimento ideale e morale dell’Isola.
Avesse un poco di intuito politico, avesse la metà della metà dell’amore che manifesta per la sua Sicilia, Lombardo dovrebbe dunque accantonare i sogni di una gloria milazziana. Lasciando che siano gli elettori a costruire, col loro voto, la casa che necessariamente deve essere ricostruita sulle macerie di quella crollata sotto il peso della presidenza Lombardo. Altra strada non c’è, se non perpetuare una crisi che da troppo tempo infanga la già sufficientemente inzaccherata politica siciliana. È questo che si chiede a Raffaele Lombardo: un po’ di dignità.