Lombardo, l’autonomista che vuole sfidare Roma con l’Alta Corte di Sicilia

Il politico emergente di Catania, fondatore del Mpa, lotta per ricostituire la Consulta regionale «simbolo del confronto tra due Stati»

Col conoscere Raffaele Lombardo ho colmato due lacune. Finalmente sono entrato nel mitico Hotel Raphael. Mai venuto quando era il quartiere generale di Craxi, mi ci affaccio oggi per incontrare il fondatore del Movimento per l’autonomia (Mpa) in trasferta a Roma da Catania. Nel frattempo, l’albergo è passato di mano e oggi è proprietà della Mutua dei medici.
«Essendo medico ho lo sconto del 50%. Pago come per un tre stelle, ma ho molto di più», dice pratico il cinquantacinquenne Lombardo che saluta senza convenevoli e mi precede in un angolo della hall. Appurato che non voglio né caffè né altro, siede e dice spicciativo: «Allora, cominciamo pure».
Brusco, direte voi. Esatto. Questa è appunto la seconda scoperta. Ho di fronte un politico antigrazioso. Non cerca di esserti simpatico, va per la sua strada. «Segno che ne ha una», penso incuriosito da questo ex Dc coi baffetti, le spalle dritte e due vezzosi mocassini col fregio d’ottone.
«Lei è presidente della Provincia di Catania...», comincio.
«Primo per gradimento dei presidenti di Provincia siciliani. Quattordicesimo in Italia. Niente male...», sbrodola.
E capo del Mpa, un partito locale. Per quali intrighi è a Roma?
«Mpa non è solo siciliano. È una seria presenza in tutto il Mezzogiorno. Sono a Roma per incontri istituzionali e drenare risorse per Catania. Non per spacciare droga».
«Movimento per l'Autonomia: autonomia da che?», chiedo.
«Il nome si ricollega alla lotta-conquista dello Statuto siciliano nel 1946-48. Per ottenerlo, si formò perfino un esercito volontario di un migliaio di persone. Sbagliammo allora a non creare un movimento autonomista permanente. Quello che non hanno fatto i nostri padri, lo facciamo noi».
«Siete autonomi da 60 anni», osservo.
«Lo Statuto è stato snaturato. L’Alta Corte, cioè la nostra Corte Costituzionale, è stata abolita. Ora, voglio ripristinare un’autentica autonomia siciliana».
Rivuole l'Alta Corte?
«Certo. L'Alta Corte era il simbolo di due Stati che si fronteggiano: Sicilia e Italia».
Come raggiungerà l'obiettivo?
«Le strade sono due: o si scende in armi o si ha un’ampia rappresentanza politica nel governo e nel Parlamento nazionali».
Che fa, si arma?
«Sono contro le armi. Mi batterò invece per una forte rappresentanza politica siciliana. L’autonomia è essenziale per diminuire il divario tra noi e il resto del Paese», dice Lombardo deciso.
«Ora capisco la sua amicizia con il leghista Calderoli», dico.
«La Lega fa il suo mestiere di partito degli interessi del Nord. Nulla di scandaloso. Piuttosto, facciamo noi una Lega del Sud».
Ha un modello?
«L’ideale è la Csu bavarese. Un partito autonomo regionale, federato con uno nazionale».
«La Csu è alleata della Cdu, la Dc tedesca. Il suo alleato chi è?», chiedo.
«Devo trovarlo. La situazione italiana è in evoluzione. Al momento, posso solo pensare ad alleanze provvisorie».
Fino a sei mesi fa, lei era nell’Udc. Perché la scissione?
«Mpa non è una frangia scissionista dell’Udc. Le nostre proposte politiche sono del tutto diverse da quelle dell’Udc e anche le nostre forze. A Catania, nelle europee di un anno fa, l’Udc era al dieci per cento. Alle recenti comunali, Mpa ha preso il 20. L’Udc solo il quattro».
Perché ha lasciato l’Udc?
«Reclamavo un’autonomia politica e finanziaria per i siciliani dell’Udc e la libera scelta della classe dirigente. Mi hanno invece scatenato la guerriglia degli ascari».
Ascari?
«Le truppe eritree che combattevano per l’Italia contro i loro connazionali. Nel mio caso, i deputati siciliani di obbedienza casiniana».
Casiniana, da Pier Ferdinando Casini?
«L’Udc è una piccola monarchia di Casini. Una scimmiottatura della grande monarchia di Berlusconi», dice sarcastico Lombardo.
«Ce l’ha con Casini più che con Follini?», dico.
«Follini è un uomo intelligente, preparato e di grande equilibrio. Se l’Udc non fosse stato un partito padronale di Casini, penso che avrebbe fatto di più per venirci incontro».
Credevo che, tra i due, il morbido fosse Casini.
«È per l’intolleranza di Casini verso il dissenso che molti sono stati allontanati», dice duro.
Oltre a Lombardo, chi?
«Uomini dello spessore di Sandro Fontana, a cui si rimproverava la troppa amicizia con Berlusconi. Paolo Cirino Pomicino, per la vicinanza al Cav. e per avere proposto la lista unica per le europee, anticipazione del partito unico. Sergio D’Antoni, a cui era stato fatto il vuoto attorno», dice Lombardo che scandisce i nomi dei colleghi cacciati, battendo il piede rivestito del mocassino prezioso.
Lei è un ambizioso o un rompiscatole?
«Sono un innamorato della mia terra. Conosco i vizi dei siciliani: remissività e fatalismo. Se siamo colonizzati da duemila anni, ci sarà una ragione. Dobbiamo riscattarci».
A che cosa punta da grande?
«Quando a maggio ho presentato la lista Mpa per Catania, l’Udc mi ha offerto un posto di ministro purché la ritirassi. Non hanno capito niente. Sono pronto a uscire da tutto alla scadenza dei miei mandati sia di deputato Ue che di presidente di Provincia. Io ho in testa un programma, non posti di governo o sottogoverno».
È uscito dall’Udc, ma resta nella Cdl.
«Nel 2003, sono stato eletto alla Provincia col concorso dalla Cdl. Il Movimento invece non ha ancora fatto la sua scelta. La faremo col congresso di fine ottobre».
Intanto sta trattando col Cav.
«Gli ho fatto precise richieste. Fiscalità di vantaggio per favorire l’insediamento di imprese in Sicilia. Grandi infrastrutture, ponte sullo stretto in testa. Difesa dei fondi Ue per il Sud. Basta con la disattenzione verso il Mezzogiorno».
Ha ragione la sinistra quando dice che la Cdl non fa nulla?
«Non ha le carte in regola per accusare. I due schieramenti sono eguali nell’indifferenza verso il Sud. Tra i ministri, ci sono persone come Miccichè che si battono per noi. Ma è circondato da uomini di gomma».
Le piace l’idea di tornare al proporzionale?
«L’attuale muro contro muro, è grottesco. Farsi la guerra sul presupposto che da una parte ci sono i comunisti come dice Berlusconi, mi viene da ridere, e che dall’altra parte c'è il Cavaliere nero, mi viene altrettanto da ridere».
La soglia del quattro per cento le fa paura?
«Se ci sarà, ci organizzeremo per superarla anche se fossimo da soli».
Cuffaro, suo grande amico e presidente della Regione Sicilia, è rimasto nell’Udc. Fate il gioco delle parti?
«Lui non aveva altra scelta. Ha un ruolo istituzionale, non poteva fare un passo traumatico come il mio».
Da due anni Cuffaro è sotto processo. Finirà in manette?
«Finirà bene. Non lo si può imputare di essere amico di uno di cui sono amici tanti altri. E non solo del centrodestra».
Nostalgia degli anni in cui in Sicilia dominavano Leoluca Orlando e il Procuratore Giancarlo Caselli?
«Non credo si possa avere nostalgia di un tempo in cui si faceva di ogni erba un fascio e il sospetto era l’anticamera della verità. Temo però che quella tensione sociale si sia affievolita. La mafia è tornata a covare sotto la cenere».
Chi bussa di più alla sua porta, ex Udc o Fi?
«Gente che si era allontanata dalla politica. A Catania nel 2000, votò il 69%. Nel 2005, presente Mpa, l’affluenza è salita al 75%. L’autonomia fa tornare alle urne i disaffezionati e non ha colore politico: presto recupereremo personalità importanti anche del centrosinistra. Non anticipo nomi».
Lei è spesso a Strasburgo. Che ricordo ha lasciato Prodi nell’Ue?
«Sui giornali tedeschi e inglesi leggo giudizi negativi. Io ne ho un buon ricordo. Gli ho parlato dei problemi di Catania. L’ho trovato attento e solidale. Mi ha dato consigli utili».
Se lo tiene buono per eventuali alleanze?
«Mi auguro che l’intesa si raggiunga con Berlusconi: un patto per i siciliani».
Vi parlate spesso?
«Poche volte. Ma ci siamo perfettamente capiti. Se però non ci sarà un segnale, Mpa guarderà a 360 gradi e dall’altra parte ci sono Prodi e il centrosinistra».
Chi la ispira di più, il Cav. o Prodi?
«Con Berlusconi si simpatizza facilmente. È aperto e ha la battuta facile. Prodi mi sembra più rigoroso e intransigente. In questo ci assomigliamo di più».
Che pensa del Cav.?
«Nonostante i successi come imprenditore ha voluto arricchire il curriculum con una grande stagione politica. Non so però se abbia raccolto le soddisfazioni che si aspettava. Ha la tendenza al comando e non gli piace perdere. Per i prossimi mesi, prevedo scintille. O la rinunzia».
La Sicilia non porta bene al Cav. Il tribunale di Palermo ha appioppato una decina di anni al suo amico Dell'Utri, cofondatore di Fi.
«Condanna non definitiva. Incredibile e sproporzionata per un uomo come Dell’Utri».
Nel 2001, la Cdl ha conquistato in Sicilia 61 parlamentari, contro zero dell’Ulivo. Nel 2006, andrà a rovescio?
«Per la Cdl, il Mezzogiorno è tutto da riconquistare. Ma è possibile. Sarebbe però gravissimo se il Cav. rispondesse di no alle nostre proposte».
Dandovi retta invece?
«A voglia se recupera! Ma deve cambiare linea e uomini».
Cioè?
«Il 70% dell’attuale rappresentanza parlamentare siciliana va messa a nanna per almeno tre legislature».