Lombardo-Veneto un progetto inventato a sinistra

Paolo Armaroli

Con un articolo di Ernesto Galli della Loggia il Corriere della Sera ha aperto il 2 luglio un dibattito sul Lombardo-Veneto, che è stato presentato così: «Dopo il referendum - Dal Ticino al Tagliamento: le ragioni di un'identità in cerca di riconoscimenti - Nei giorni scorsi, dopo la vittoria del no al referendum costituzionale sulla “devolution”, è stata avanzata l'ipotesi di assegnare forme speciali di autonomia alle regioni Veneto e Lombardia, le uniche in cui alle urne abbia prevalso il sì. La proposta solleva interrogativi circa l'esistenza di una effettiva specificità lombardo-veneta rispetto al resto d'Italia: un tema che non ha solo una dimensione politica attuale, ma richiama fattori culturali sedimentati nel tempo, che affondano le loro radici nella storia».
Orbene, Galli della Loggia sostiene le ragioni della loro specificità. A suo avviso, per cominciare, essa esiste dai dati della politica. Perché Lombardia e Veneto fin dal 1994, quando mutarono le regole del gioco elettorali e si affermò la democrazia maggioritaria, «costituiscono il bastione ormai consolidato della destra, così come ha confermato anche il referendum». Queste due regioni rappresentano le locomotive dello sviluppo economico del Paese e «sembrano per molti segni mostrare la consapevolezza di costituire qualcosa di profondamente diverso dal resto del Paese». Entrambe sono, se non estranee, quanto meno lontane rispetto alla costruzione dello Stato nazionale. Le accomuna «un altrettanto capillare e pervadente insediamento della cultura cattolica». Galli della Loggia, tuttavia, avverte che questo è «un quadro esclusivamente storico: in quanto tale, vero, ma sul piano delle conseguenze pratiche esso ha un valore solo virtuale». E aggiunge che un Lombardo-Veneto potrebbe realmente esistere solo a patto di sottrarsi all’egemonia ideologica «nazional-italiana». Un’ipotesi, questa, che appare ai suoi occhi quanto mai improbabile.
Questo impianto è stato contestato da Giuseppe Galasso sul Corriere del 5 luglio. Il Lombardo-Veneto? «Uno Stato di questo nome non era mai esistito, né mai vi si era pensato». La verità è, osserva Galasso, che l'Austria pensava a compattare i dominii italiani riavuti nel 1815. E fu così che s'inventò uno Stato, l'inedito Lombardo-Veneto. Unito di nome ma non di fatto. Tant'è che venne subito diviso in due governi: l'uno a Milano e l'altro a Venezia. Così come due furono le assemblee rappresentative previste dalla Costituzione del 1815. Sempre sul Corriere (22 giugno) Claudio Magris ha rilanciato il patriottismo della Costituzione caro ad Habermas.
Fatto sta che la sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione voluta dal centrosinistra contiene, all'articolo 116, un comma che la riforma costituzionale della Casa delle libertà saggiamente aveva cancellato, paventando un federalismo a più velocità. Esso dispone che ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia possano essere attribuite alle regioni a statuto ordinario, con legge dello Stato, approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti sulla base di intesa fra lo Stato e la regione interessata, su iniziativa della regione, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi del federalismo fiscale. Perciò sia la Lombardia sia il Veneto, a prescindere dalla loro presunta specificità, possono non solo avvalersi legittimamente di tale disposizione e diventare pertanto orwellianamente più eguali delle altre regioni, ma anche promuovere la loro fusione (articolo 132 della Costituzione). E un centrosinistra a caccia di farfalle sotto l'arco di Tito non potrà fare altro che piangere sul latte versato.
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