L'ombra di Prodi dietro Franceschini

L’ex premier rinnova la tessera del Pd. Nessuno lo rimpiange ma il partito impone a tutti le felicitazioni coatte.
Il nuovo segretario: &quot;I milioni di nostri elettori sono contenti come me&quot;. Però ora teme la vendetta degli ulivisti<br />

Ieri mattina a Bologna Romano Prodi ha rinnovato l’adesione al Partito democratico nel circolo al quale è iscritto, il Galvani. L’ex premier era con la moglie Flavia e il candidato sindaco Pd di Bologna Flavio Delbono. Prodi ha la tessera n˚ 1 del Pd che gli spetta come padre fondatore e presidente della Costituente e, successivamente, del Pd. Incarico che però non riveste più dall’aprile 2008, quando disse all’allora segretario democratico Walter Veltroni che si era sostanzialmente sentito abbandonato nella sua seconda e tormentatissima esperienza a Palazzo Chigi da pochi mesi conclusa.

Panico nel piccolo villaggio western del Pd: è tornato «il professore». La parola passa dal saloon all’ufficio dello sceriffo Franceschini e le mani corrono tutte veloci alle fondine. Ma a che vale? Se il professore è tornato sono tornati anche i guai, ma non si può mica ammazzarlo, né coprirlo di pece e poi di piume, non lo si può impiccare all’albero più vicino, né consegnarlo agli indiani del capo Di Pietro, che scuoiano e scalpano chiunque trovino nella vasta prateria dell’opposizione, soli e feroci.

Così, giù al vecchio villaggio Pd del «Circolo Galvani» di Bologna,i vecchi cercatori d’oro si sono guardati negli occhi. Che fare? Beh, ha detto uno: visto che ha presieduto il gruppo di lavoro Onu Africa, lo si potrebbe rispedire nel continente nero. «C’è già Veltroni», osservò Flavio Delbono, candidato sindaco di Bologna: «Non possiamo tormentare oltre ogni limite umano quelle terre desolate». «Forza compagni, bisogna andargli incontro ed abbracciarlo», concluse uno con la faccia di Peppone, l’antieroe di Don Camillo. E così fu: ad un ordine del partito, tutti rinfoderarono le vecchie Colt e corsero ad abbracciare Prodi, sicuri che se non si fossero mostrati entusiasti quello si sarebbe vendicato in modo feroce.

Così ordinarono che si emettessero subito comunicati di ipocrita contentezza, felicità, sorpresa gioiosa e altri sentimenti finti. Lo sceriffo Franceschini prese un megafono e annunciò al popolo piddino: «Sono felice, politicamente felice e anche personalmente. E so che qualche milione di elettori dell’Ulivo prima e del Pd poi, oggi sarà felice come me». Alla parola «milioni» molti arricciarono il naso e qualcuno alla periferia del villaggio ne approfittò per fuggire, abbassando ulteriormente la consistenza della popolazione piddina.

Il professore, cioè Prodi, si presentò con la moglie Flavia che gli dava calcetti intimidatori. Sulla tessera Prodi si definì pensionato e poi ha guardato tutti i presenti affinché dicessero battute corrive e tutti ne improvvisarono almeno una, temendo rappresaglie. Sulla piazza intanto Franceschini, al suono di una mazurca danzava leggiadro. Fassino nel frattempo era stato portato con un volo speciale affinché potesse fingere di trovarsi lì per caso intrattenendo il professore con tiepide banalità di politica estera. «Come va l’America Latina?», chiedeva il professore. «Sempre in bilico», rispondeva Fassino. «E il Medio Oriente, il Medio Oriente si è rassettato in questo periodo?». Fassino scoteva la testa con rammarico: «Peggio di prima, professore ». E così via.

Un camion con i finestrini coperti di filo spinato scaricava frattanto Luigi Bersani importato alla svelta da Cernobbio dove si trovava per il workshop di Confcommercio e in preda al terrore subito dichiarava: «Avere in tasca la stessa tessera di Prodi mi mette di buon umore». A quel punto Prodi si è freneticamente palpeggiato le tasche sibilando: «Ridammi la mia tessera, Bersani, e non scherzare con me». Bersani restituiva la tessera di Prodi a Prodi ripetendo che «avere in tasca la stessa tessera di Prodi mi mette di buon umore». «Non mettermi più le mani addosso», sibilò Prodi.

Ormai una piccola folla diplaudenti era stata convocata e faceva del suo meglio per rassicurare il professore. In un angolo, Bersani spiegava agli uomini della sicurezza che il suo era stato uno scherzo innocente. Toccava ora ad Antonello Soro, detto lo Scipione Sardo leggere nella sua caratteristica lingua quel che gli avevano passato dall’ex ufficio del Kgb, dove adesso conservavano i pomodori. Convoce stentorea e disprezzo per le doppie disse: «Sapere che prima di molti altri Romano Prodi abbia rinnovato la tessera del Pd mi riempie di gioia e di soddisfazione. Ho sempre saputo che il nostro progetto era lo stesso di Romano. Dopo questa rinnovata adesione sentiamo ancora più necessaria e urgente la costruzione di un grande partito riformista italiano che, nel solco dell’Ulivo, sappia dare a milioni di italiani una speranza e una meta». Sudato, fu portato via.

Fu la volta di Anna Finocchiaro, detta Cleopatra, che disse: «Romano Prodi  ècon noi e mi sembra che la sua scelta dia ulteriore speranza al nostro progetto, che è quello di dare all’Italia un grande partito riformista. Del resto, è sempre stata la grande idea di Romano Prodi». Poi si guardò intorno. «Prodi è insoddisfatto», le disse un compagno. Da te si aspettava di più. Si aspettava il massimo. «Porca pupazza», sussurrò Cleopatra e riprese il microfono: «Non avevo dubbi e non avevano dubbi i milioni di italiani che hanno sempre creduto nell’Ulivo prima e poi nel Pd». Poi chiese: «Come sono andata?». La accompagnarono in infermeria per un piccolo mancamento.

Prodi si rivolse a Flavia e disse: «Tutto qua? È tutto quel che sanno dire, questi bastardi?». Improvvisamente risuonarono i tricchetracche di alcuni fuochi d’artificio economici che però si incepparono spargendo fumo. «Andiamo via», disse la signora Flavia mollando un calcio negli stinchi del marito. Lui disse: «Comunque sono in festa, si vede che mi amano, è meglio di niente». «Ho detto vieni via», insistette la signora Flavia.

Delle bambine che volevano leggere un’ode furono allontanate dal servizio d’ordine. Così un gruppo di volenterosi che aveva indossato costumi africani di fantasia rimediati in un teatro per simulare la riconoscenza del continente nero per le nuove attività di Prodi in quelle terre lontane. «Il professore è stanco», dissero gli organizzatori che non vedevano l’ora di vederlo partire. I volenterosi mascherati si allontanarono suonando caratteristici tamburi e altre percussioni. Qualcuno chiamò un taxi per la coppia regale e i due abbandonarono la sede bolognese del Pd.