LONDONISTAN La città etnicamente scorretta

«Gli sta bene che l’ho pestato, a questo rottinculo, così impara a rikiamarmi paki, eh. Tu chiamaci paki un’altra volta a me o ai miei frat’, che io ti spappolo te e la tua famiglia. Verità o no paki?».
Inizia con un pestaggio e senza mezzi termini l’attesissimo Londostani di Gautam Malkani, caso editoriale non solo in Inghilterra, dove è stato stroncato e poi riabilitato, ora approdato in Italia (Guanda, pagg. 344, 16 euro. Traduzione di Massimo Bocchiola). Romanzo metropolitano dell’esordiente Malkani, giovane well-educated nato a Londra nel 1976 con tanto di studi a Cambridge e giornalista del Financial Times, racconta - ma sarebbe più corretto dire scaraventa addosso al lettore - il senso di abbandono e di desolazione di alcuni adolescenti delle semi-periferie londinesi; uno squallore che si traduce in atti teppistici, aggressioni e rifiuto dell’assimilazione. Il plot si svolge a Hounslow, sobborgo di Londra nei pressi dell’aeroporto di Heathrow, in una città dove nelle scuole si parlano più di 300 lingue diverse e le comunità cercano di mantenere le proprie culture grazie a un sistema di laissez-faire, messo in forte discussione già dall’uscente governo Blair, e ora sempre più al centro delle instabili - e in più casi fallimentari - politiche di integrazione europee.
Qui è nato e cresciuto lo stesso autore, acclamato dalla critica come un novello Irvine Welsh o un neonato Hanif Kureishi che, con l’indimenticabile The Buddha of Suburbia (Bompiani, pagg. 397, euro 9), aveva segnato un’epoca che qualcuno ha definito «ottimisticamente progressiva»: correvano i mitici Seventies, dove bianchi, neri, gialli e tinte intermedie erano più o meno (in)felici e assimilati in una Londra-metafora di un nuovo modo di vivere all’insegna del melting pot. Ma Londra non è più la stessa di allora, neppure quella che ha ispirato le migliori penne etno-britanniche come Salman Rushdie, Zadie Smith o Monica Ali. La città-modello di integrazione e tolleranza, dopo gli attentati del 2005 - quando l’Inghilterra e il mondo intero hanno dovuto prendere atto che il passaporto non garantisce l’appartenenza - si è trasformata in una capitale di comunità blindate, che galleggia in un’identità grigia priva di prospettive e certezze. Non a caso negli ultimi anni sono aumentati gli scontri sociali a sfondo etnico - pakistani islamici contro indiani induisti (ma anche serbi contro croati) - che danno sfogo sul suolo inglese ad antichi rancori.
Tuttavia i nuovi protagonisti di Malkani non sono integralisti o razzisti come si può pensare, o forse lo sono in apparenza. Figli e nipoti di immigrati di seconda o terza generazione, di un nuovo ceto medio che avanza, sono cresciuti nel benessere ma senza un’identità precisa. Studenti mediocri, né carne né pesce, non hanno ideali né le motivazioni dei genitori tutti curry e chapati troppo assenti o troppo asfissianti. Sono ragazzi profondamente fragili sotto una scorza di arroganza e misoginia, che vivono un rapporto di autosegregazione e di rabbiosa contrapposizione verso tutto ciò che è etnicamente corretto. Non sono né indiani né pakistani e meno che mai inglesi (il peggio che può capitare è «esser marroni fuori e bianchi dentro», cioè dei traditori della propria razza). Sono insofferenti alle regole e alle tradizioni in senso stretto, ma al contempo guai a toccare le loro radici di cui vanno orgogliosi; disprezzano i neri e i musulmani e detestano i «musibianchi», anche se è probabile, ma lo scrittore non lo dice, che intimamente aspirerebbero a integrarsi con la società mainstream. Abbagliati dal consumismo, dai simboli-feticcio come tatuaggi, piercing, griffe alla moda (il cell, la Biemme, gli «stracci» italiani firmati, Mtv, hip-hop, ecc.), accompagnano il vuoto esistenziale a un nulla mentale che si traduce nel voler essere fighi e nello sfoggio ritmato di uno slang più simile a un caos sonoro, che la dice lunga anche su un fenomeno di evoluzione linguistica in un mondo sempre più meticcio e globale.
«La gente cerca sempre di mettere un’etichetta sulla nostra scena - dice Jas, l’io narrante, “mingherlino mezzapippa”, timido, studioso, ancora vergine e innamorato di Samira (musulmana), nonché membro della banda capeggiata dal piccolo ras di quartiere Hardjit, un sikh palestrato da emulare -. Prima eravamo rudeboy, poi siamo diventati indianegri, rajamuffin, poi ragagstani, britasiatici, indiobritannici del caz’. Oggi cerchiamo di usare una parola nostra per dire noi ragazzi del quartiere e così ci chiamano desi» (gli indiani della Diaspora, anche se un bianco può essere a sua volta un desi, ndr).
Il romanzo di Malkani, che ha ricevuto un anticipo editoriale da mezzo milione di euro, ha suscitato un mare di polemiche (è stato definito adolescenziale, irriverente, commovente, paradossale, irritante, divertente, antropologicamente complesso). È un chiaro invito ad aprire gli occhi: le nuove generazioni di immigrati nati nel Paese che ha accolto i loro padri lanciano chiari segnali di disagio, che non vanno ignorati. Lo hanno dimostrato i fatti in Inghilterra, in Francia, in Olanda e non solo. I politici europei più lungimiranti sanno che il vero passo avanti è affrontare un problema che altrimenti potrebbe esplodere. E allora saranno guai.
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