Londra, 14 giorni sotto torchio nelle celle bunker della polizia

Confermata la cattura del 5° attentatore. Ma ci sarebbe una terza cellula ancora latitante

Lorenzo Amuso

da Londra

A Scotland Yard è conosciuta come la strategia del «good cop, bad cop» (poliziotto buono, poliziotto cattivo). Un doppio interrogatorio, condotto da due agenti dall'approccio e dai modi radicalmente opposti, riservato ai criminali più reticenti, che ha come obiettivo quello di sfruttare al massimo i punti deboli del prigioniero. È questo lo speciale trattamento che attende nelle prossime due settimane i quattro arrestati, sospettati di essere gli autori degli attentati falliti il 21 luglio a Londra. Quattordici giorni vissuti nelle celle di Paddington Green (Ovest di Londra), il commissariato di massima sicurezza divenuto negli ultimi mesi il bunker dell'antiterrorismo britannico. Tra i nuovi ospiti della caserma c'è anche il quinto attentatore, di cui la polizia ieri ha confermato il fermo senza però rivelarne l'identità, (secondo l'emittente tv Sky si tratta di Wahbi Mohammed, 23 anni, fratello di Ramzi Mohammed, anch'esso arrestato). È stato invece rilasciato in serata «mister C», una delle 12 persone ancora detenute dopo gli attentati falliti del 21 luglio.
Sono ormai lontani i tempi in cui i sospetti terroristi dell'Ira (anch'essi detenuti a Paddington Green) erano vittime di torture fisiche e psicologiche. Ora i detenuti godono di relative comodità, rinchiusi in celle singole dipinte di bianco, di tre metri per tre metri e mezzo. Il letto è una base di cemento con un materasso di plastica, il gabinetto è d'acciaio, accanto alla porta. Separati dagli altri criminali, i quattro sono perennemente video-sorvegliati, in ambienti illuminati 24 ore al giorno da luci al neon, ma con il diritto ad otto ore di sonno ogni giorno. Nelle stesse celle recentemente sono stati trattenuti gli estremisti islamici di ritorno da Guantanamo. E proprio a seguito delle proteste dei loro avvocati, ora è stata predisposta per i detenuti musulmani anche una stanza per la preghiera. Non accessibile, però, nelle prime 48 ore di detenzione, le più dure, durante le quali gli arrestati sono isolati dal resto del mondo, senza possibilità di contatti né con i propri legali né con i famigliari. Una norma prevista dal Terrorism Act del 2000, in base alla quale la polizia può trattenere i sospetti per 14 giorni (è allo studio una proposta per allungare questo limite a tre mesi), senza formalizzare le imputazioni. Scaduto il periodo, Scotland Yard può chiederne l'incriminazione al Crown prosecution service. Gli interrogatori si svolgono nel seminterrato della stazione di polizia. Colloqui insistenti ma pazienti, sempre nel rispetto dei diritti umani, in stanze gelide e asettiche, al cospetto di due agenti. Non c’è un attimo di sosta, anche perché in queste ore si fa largo un sospetto (avvalorato ieri dal Sunday Times): una terza cellula terroristica sarebbe ancora latitante. E le indagini servirebbero per scoprire i legami con le altre.
Tutti gli interrogatori sono registrati. Domande via via sempre più incalzanti, confortate dalle prove raccolte dagli inquirenti. «Il primo passo è cercare di ottenere una spiegazione - ha spiegato un agente -. Ricordando loro le gravissime conseguenze penali cui possono incorrere in caso di mancata collaborazione. Gradualmente si rivelano le accuse a loro carico. È importante anche il ruolo dell'avvocato. Le prime domande sono semplici: sei mai stato a Londra? Hai preso la metropolitana recentemente? Bisogna lasciarli parlare, anche se mentono. Le bugie fanno parte degli interrogatori». «Anche perché - assicurano fonti di Scotland Yard - le prove raccolte pesano già come macigni sul loro futuro».