Londra, via 7mila tate E la crisi cambia le città

I palazzi di Canary Warf fanno più ombra. Si spengono le luci, si abbassa il volume. Il momento è il tramonto: la gente esce dagli uffici e va a farsi una birra. Andava, cioè. «Quattromila e cinquecento clienti in meno in un giorno». La voce risponde dall’Ubon, il sushi bar più figo della city di Londra. «Il giorno del crollo di Lehman Brothers è cambiato tutto». Tre settimane dopo chi era abituato a un quartiere se ne trova un altro, chi si ricordava la vita sfrenata, sbatte di fronte allo sconforto. La crisi fa la nuova selezione nei locali, sceglie che cosa va e che cosa no, decide i prezzi, gli umori, le passioni. La società cambia e cambiano le città. Londra si deprime, New York si addormenta prima, Milano va a fare la spesa al discount, Madrid è un orizzonte di gru ferme. È il giro del mondo dell’effetto collaterale: il crac modifica lo stile di vita e il volto delle metropoli. L’Evening Standard si è fatto un giro e ha scoperto che in tutta Londra ci sono un centinaio di ristoranti, bar, negozi, hotel e pub che rischiano la chiusura. «Per mancanza di clienti». Perché questa dicevano fosse la fine dell’era del lusso e invece scopriamo che soffre la gente comune, cioè chi risparmia sulla cena e chi da quel risparmio viene penalizzato: cuochi, camerieri, portieri, facchini, tassisti. Londra è la carta velina: quanto le è piaciuto fare l’anti-New York. Per dieci anni non ha fallito niente: il boom inarrestabile del mercato immobiliare, il grande affare delle Olimpiadi, la nuova immagine da città chic, la calata dei nuovi ricchi pronti a comprarsi tutto. «Il parco giochi del pianeta», l’avevano chiamata. E tutti a raccontare il derby con l’altra parte dell’Atlantico. New York, quindi. Manhattan. Tutte e due elettriche, tutte e due vive, tutte e due goderecce. E ora? Un mese ha spento la forza centrifuga: il buio di Canary Warf e dei suoi grattacieli di vetro è il buio dell’anima della città. Si legge nei titoli dei quotidiani che raccontano la crisi: «Tenetevi il vostro posto di lavoro, se potete». Si sente allo Speaker’s Corner di Hyde Park, dove c’è la fila per raccontare il proprio anatema contro il cannibalismo della finanza.
Passerà, certo. Prima però tocca arrendersi alla discesa: i prezzi delle case a Londra sono calati del 12 per cento, mentre in alcuni quartieri come Fulham e Clapham i consumi sono a meno 50 per cento rispetto all’anno scorso. La gente ha imparato a cambiare: l’anno scorso buttava via fino al 25% del cibo comprato, mentre negli ultimi sei mesi il Comune di Londra ha certificato il calo del 15% della quantità di rifiuti domestici. Poi le rinunce: se non esce la sera per mangiare fuori può risparmiare anche sulla baby-sitter. Allora ecco un altro numero: in un mese settemila tate hanno perso il lavoro perché i genitori le hanno messe subito alla voce «spese da tagliare». Sono finiti lì anche gli abiti su misura di Savile Row, visto che ha chiuso persino Hardy Amies, la sartoria della casa Reale britannica. Questione di priorità. Quelle che a Madrid hanno fatto fermare tutti i cantieri della città: la bolla immobiliare è scoppiata e adesso i lavori sono a metà, le ristrutturazioni sono rimaste appese, i muratori sono a casa. Quelle che a Milano hanno visto il trionfo delle file ai discount che ora bombardano di manifesti e pubblicità gli androni di ogni condominio e sono il nuovo tappeto colorato delle vie del centro. Quelle che a New York hanno portato al tramonto dei dog-sitter. «Il cane lo portiamo al parco da soli», pensa il manhattanite medio. Trecento dollari al mese sono soldi. A Central Park i professionisti del guinzaglio sono in declino e anche questo significa che la città cambia. Come succede una quarantina di isolati più a Sud, nel Financial District. Il cuore della crisi è qui, se è vero che ogni newyorkese che lavora a Wall Street crea un indotto di altri tre posti di lavoro. Chi esce ogni giorno dalla metropolitana e arriva ad Hanover Square trova un panorama diverso. È il posto giusto per capire: «L’umore della folla di Harry’s è il miglior barometro del mercato», scrisse il Wall Street Journal. Era il 1976 ed è ancora così evidentemente: da Harry’s è crisi ed è lo specchio di quello che succede tutto intorno. Trentacinquemila posti di lavoro volatilizzati in un mese significano che il quartiere non può essere lo stesso: più grigio, più vuoto, più triste. Significa anche negozi con gli scaffali pieni, bar in difficoltà, barbieri con le lamette impacchettate, strip club vuoti.
Si riducono gli uffici, anche. Lehman Brothers non c’è più: chiusa. Quindi spazi vuoti, interi piani di grattacieli vacanti. Resteranno disabitati per un po’ e non saranno gli unici. Sono mesi che Goldman Sachs, Merryll Lynch, J.P. Morgan hanno deciso di ridurre le dimensioni delle proprie sedi. Oggi i metri quadrati occupati da scrivanie delle banche d’affari a New York si sono ridotti del 14 per cento. Vale anche per gli appartamenti. Prendete il palazzo al 15 di Central Park West: era abitato da sei dirigenti Goldman, quattro top manager di Lehman, due broker di Deutsche Bank e dall’ex presidente di Citigroup. A fine anno almeno sei appartamenti di questi saranno lasciati. Cambierà il volto del palazzo e con lui anche quello che rappresenta.
È una questione di numeri e di umore. È il mix che decide il successo di una città, di un quartiere, di una strada. Magnetica è sempre magnetica, ma evidentemente ha perso smalto: il New York Magazine racconta che la gioielleria Tiffany ha un volume d’affari inferiore del 17 per cento rispetto all’anno scorso. I ristoranti non hanno più l’ossessione della prenotazione: da Smith & Wollensky, la steak house sulla terza avenue non è più necessario prenotare. «Pronto? Venga, i tavoli liberi ci sono». Solo a febbraio scorso per trovare un posto bisognava telefonare il giorno prima. La gente ci pensa. Vuoi qualcosa? C’è un ottimo ristorante al Queen’s: si spende poco e si mangia meglio. Cambia l’asse della città, si sposta la bilancia, si modifica il peso. Un quartiere, una strada, un palazzo: è una rivoluzione. È l’altalena della fortuna: i quartieri una volta perdenti, ora tirano. Brooklyn era già andato verso l’alto. Ora tocca proprio al Queen’s: Astoria è a due fermate da Manhattan e può costare anche la metà. È un sogno più spento. Benvenuti.
Giuseppe De Bellis