Londra avverte Bush: la svolta è cominciata

da Washington

Con appena qualche ora di ritardo l’onda di risonanza del discorso di un ministro britannico «novellino» ha raggiunto il mondo politico americano, lasciando traccia incisiva. Da molti commentatori, a cominciare da un editoriale del Times, le parole di Douglas Alexander vengono interpretate come l’annuncio di una «svolta» nella politica estera di Londra che il successore di Blair, Gordon Brown, intenderebbe distanziare da quella americana. Alexander, ministro del Commercio e dello Sviluppo internazionale nel nuovo governo del Regno Unito, è venuto a Washington per preparare il prossimo vertice fra il Presidente e il Premier. Lo seguirà la settimana prossima un altro «inviato speciale», Simon McDonalds, consigliere di Brown per la politica estera. Ma intanto Alexander, in un pubblico discorso a Washington, ha lanciato il sasso e ha fatto suonare campanelli di allarme alla Casa Bianca raccogliendo invece consensi fra i numerosi critici americani dell’Amministrazione. Lo ha fatto poche ore dopo la conferenza stampa in cui Bush ha confermato la propria linea intransigente in Irak.
Il cardine del discorso di Alexander è che «la forza di un Paese non si fonda più sulla sua potenza militare ma anche sui consensi che esso riceve nel mondo: «Nel XX secolo la forza si è troppe volte misurata sulla capacità di distruggere. Nel XXI essa dovrà invece essere misurata su ciò che si è capaci di costruire assieme, sulla capacità di tendere la mano al resto del mondo». L’oratore ha riconosciuto che «il terrorismo e l’estremismo debbono essere a volte combattuti con la forza» ma ha sottolineato che «non è detto che la vittoria arrivi solo con i mezzi militari. Dobbiamo guardare alle sfide del futuro nel loro insieme, combattendo la povertà, i cambiamenti climatici e assicurando scambi commerciali equi. Dobbiamo dimostrare con i fatti di essere internazionalisti e non isolazionisti, multilaterali e non unilaterali e che agiamo per difendere valori comuni e non interessi speciali».
Alexander ha annunciato un «cambio» nella politica estera di Londra? Lo sostengono molti commentatori britannici e qualcuno lo ripete già a Washington. Ufficialmente Londra smentisce: «Le parole del ministro Alexander - ha detto un portavoce di Downing Street - non indicano l’intenzione di una revisione della solida “relazione speciale” fra Gran Bretagna e Stati Uniti». Alexander, qualcuno ne deduce, avrebbe parlato a titolo personale. Cosa improbabile dal momento che era qui per preparare la visita del premier. Anche perché le sue parole echeggiano quelle pronunciate da Brown alla Camera dei Comuni subito dopo gli attacchi terroristici a Londra e a Glasgow: «Le esigenze della sicurezza richiedono un’azione coordinata, militare, di polizia, di intelligence e di diplomazia; perché è soprattutto necessario conquistare le menti e i cuori nel nostro Paese e nel mondo». E in una intervista alla Bbc domenica scorsa Brown aveva affrontato il gesto dei terroristi in Gran Bretagna con toni calmi e misurati, come un «reato» piuttosto che come una «minaccia alla civiltà», distanziandosi nel modo più esplicito dalla impostazione del suo predecessore Tony Blair, basato sul concetto di uno «scontro globale di civiltà» interamente condiviso da Bush.
Una qualche modifica dunque si prepara. Si apre un altro «fronte», remoto ma non troppo, nel momento in cui Bush è impegnato duramente a contenere le critiche del Congresso e dell’opinione pubblica Usa sull’Irak. In una situazione di emergenza il presidente ha saputo reagire con energia e con qualche successo, riuscendo almeno nel suo obiettivo immediato, che era quello di rinviare a metà settembre un bilancio sul conflitto. Non incide su questa tabella di marcia il voto della Camera per il ritiro dall’Irak. Quello che conta è il Senato, dove i «dissidenti» del partito di Bush sono più numerosi, ma non abbastanza da assicurare, assieme ai democratici, la maggioranza dei due terzi in ciascuna branca del Congresso che è necessaria per sormontare un veto presidenziale.