Londra benedice le nozze gay in chiesa

«In nome di Dio, vi dichiaro marito e marito». Perché se matrimonio deve essere, anche fra persone dello stesso sesso, che sia benedetto dal Signore. E allora potrebbe suonare così - per qualcuno una bestemmia, per qualcun altro l’agognata raggiunta parità - la formula che dal 5 dicembre in poi sarà recitata nelle chiese e negli altri luoghi di culto durante le unioni civili tra omosessuali - queste ammesse dal 2005 - nella Gran Bretagna guidata dai Conservatori, impegnati a togliersi di dosso l’immagine di partito omofobo.
David Cameron ha rotto gli indugi e tolto il divieto di celebrare le unioni civili in chiese e strutture religiose. Un atto di coraggio, ma anche di tornaconto elettorale per il leader dei Tory che alla vigilia delle ultime elezioni, e in poco meno di un anno, aveva assistito a un crollo di consensi nella comunità omosessuale, dal 39% al 9% per il partito. Ora il premier vuole riconquistare terreno. Lo ha fatto un mese fa al Congresso dei Tory: «Non sostengo i matrimoni gay nonostante sia Conservatore, ma li sostengo proprio perché sono un conservatore», aveva detto di fronte agli scettici del partito, ma soprattutto di fronte a un’opinione pubblica che da anni sospetta delle doppie vite di molti esponenti Tory - qualche volta anche di ex candidati premier - e che spesso trova nelle cronache e negli scandali le prove dei propri pensieri maliziosi. Non è un caso che «Little Britain», la serie tv più celebre, pungente e amata d’Inghilterra, capace di ridere dei vizi e dei tic del grande impero, ha sempre uno sketch sul politico di turno impegnato a negare davanti alle telecamere, circondato dalla famiglia, che «quelle foto nel gabinetto dell’aeroporto con il mio collaboratore...». Situazioni estreme, ma pare non così rare. E soprattutto trasversali. Come dimostra la vicenda di Liam Fox, il ministro della Difesa costretto alle dimissioni dopo aver spacciato «l’amico» Adam Werritty per «assistente», portandolo in giro per il mondo e favorendone gli affari privati. Il sospetto che tra i due ci fosse più di un’amicizia non è masi svanito. Nessun sospetto, invece, per uno degli aspiranti predecessori di Nick Clegg. Il candidato leader dei liberaldemocratici ha dovuto rinunciare alla corsa per la leadership - era il 2006 - dopo che i tabloid hanno raccontato le sue notti brave, senza il consenso di moglie e figli, con un gigolò di 23 anni.
Con questa mossa, insomma, i Tory provano ad aggredire anche un po’ di quell’ipocrisia sulle unioni omosessuali che da sempre abita il Regno Unito. E tentano di cancellare l’omofobia che solo un anno fa aveva portato il candidato Tory, Philip Lardner, a definire «anormali» i gay e il ministro ombra agli Interni Chris Grayling a giustificare i gestori di bed and breakfast che rifiutavano accoglienza alle coppie omosex.
Eppure la decisione annunciata dal viceministro alle Pari Opportunità, Lynne Featherstone - che ovviamente lascia libero ogni gruppo religioso, in base alla propria tradizione, di decidere se celebrare le unioni nel luogo di culto - rischia di creare parecchio caos tra gli anglicani. Se quaccheri, unitari ed ebrei progressisti esultano per il risultato, e prevedono la celebrazione di 1.500 unioni gay in luoghi di culto sulle 5.500 registrate ogni anno, la Chiesa d’Inghilterra potrebbe spaccarsi per vari motivi. Innanzitutto la possibile fronda interna. Qualche vicario in disaccordo con la linea ufficiale - che vieta la celebrazione delle unioni gay - è già pronto a disattendere gli ordini superiori e a seguire i cinque vescovi che un anno fa sono usciti alla scoperto, scrivendo una lettera al Times in cui definivano un diritto negato l’impossibilità per gli omosessuali di unirsi in matrimonio religioso. Poi c’è il rischio di attacco esterno. Qualcuno teme che i gay religiosi a cui verrà negata la possibilità di unirsi in chiesa possano fare causa per «discriminazione». Insomma si rischia il caos. Ma Cameron ha chiuso la partita. Con il passato omofobo dei Tory.