Londra: c'è la crisi, meno soldi alle star. E la Rai? Non è la Bbc

Andy Burnham, questo nome è da tenere a mente. Burnham è il ministro della Cultura del governo di Sua Maestà Britannica che giusto ieri ha fatto sapere a Michel Lyons, presidente della azienda radiotelevisiva Bbc, che se non taglia (con la mannaia) i compensi delle sue strapagate star sarà il governo a tagliare la somma (3 miliardi e mezzo di sterline) che annualmente destina all’emittente pubblica. E questo, ha spiegato Burnham, perché i tempi son quelli che sono e il pubblico mal digerisce, per dire, i sei milioni di sterline - grosso modo 7 milioni e mezzo di euri comunitari - che annualmente incamera il presentatore Johnatan Ross.

Bisogna dire che Ross se l’è voluta: qualche giorno fa si esibì, in compagnia di un altro strapagato collega, in una scenetta di incommensurabile cattivo gusto che ha indotto oltre trentamila ascoltatori a prendere carta e penna ed elevare, nero su bianco, vibrate proteste. Ma anche senza quello scivolone, la cuccagna dei fatcats, come si chiamano da quelle parti, i «grassi gatti», sarebbe comunque finita: quelli che maneggia mister Lyons sono soldi pubblici e se si può magari chiudere un occhio in tempi di vacche grasse, quando la mandria è magra, tutta pelle e ossa, si pretende che ciascun penny debba necessariamente esser speso con giudizio.

Vale la pena di ricordare che l’intervento del ministro Bernham non solo non è stato giudicato, dalle vestali britanniche dell’«allarme democratico», un attentato alla libertà di pensiero e parola o alla autonomia e indipendenza della Bbc, ma è anche stato accolto con grande favore dall’insieme dell’opinione pubblica. Che lo ha giudicato un atto dovuto, anche se giunto un po’ in ritardo. L’Inghilterra, si sa, ha un’altra «cultura». Nel dopoguerra, quando noi andavamo già a champagne e la cronaca giudiziaria si occupava del «delitto dell’ermellino», che non è esattamente un cappotto rivoltato, oltremanica erano ancora in vigore - e lo saranno fino al 1956 - le tessere annonarie. E ciò non ostante che quella guerra che noi avevamo perso, loro l’avessero vinta.

Però, siccome la crisi attanaglia anche noi, siccome la Rai è ente pubblico come la Bbc, un pensierino sui compensi dei fatcats nostrani non sarebbe fuori luogo. Quando si legge che Michelle Hunziker ebbe un milione per fare la spalla al Festival di Sanremo; che Roberto Benigni intascò sette virgola cinque milioni per leggere - ispirato, su questo non ci piove - la Divina Commedia; che nell’autunno scorso Celentano chiese e ottenne 700 mila euri a puntata per il suo - mirabile, va da sé - show; che Bruno Vespa mette in cascina uno virgola due milioni all’anno per condurre - da par suo, occorre dirlo? - «Porta a Porta» viene spontaneo invocare l’intervento dell’Andy Burnham tricolore.

Che quelli citati (e gli altri che non citiamo) siano tutti seri, valorosi e talentuosi professionisti nessuno lo mette in dubbio. Però è meglio, specie con questi chiari di luna, che dimostrino di continuare a esserlo sul campo, in video, e non perché si contendono i primi posti nel Guinness delle retribuzioni. Così, ad occhio e croce, direi che la riduzione del cinquanta per cento dei compensi sarebbe già un buon inizio.
Paolo Granzotto