Londra corre ancora la maratona di Dorando

Domenica torna la gara che 100 anni fa vide la sfortunata impresa di Pietri ai Giochi. Come profetizzò Conan Doyle, la squalifica gli diede più fama di una vittoria

Londra - La prima notizia arrivata a Carpi, diceva: «Giochi olimpici corsa maratona vinta da Bonardo italiano. Grande entusiasmo». Erano le 20,35 del 24 luglio 1908. Già, Bonardo chi? Dopo una decina di minuti la rettifica: «Maratona di Londra vinta da Durando non Bonardo». L’ignota mano non ci aveva preso nemmeno la seconda volta, ma tutti compresero che quel Durando era Dorando e tanto bastò agli inglesi, e al mondo, per infilare nella storia Dorando Pietri. E poco contò che poi la vittoria si tramutasse in squalifica e la medaglia d’oro andasse a John Hayes, americano sbucato nell’indifferenza di una folla nella quale «prevaleva l’idea generosa che ad uno che aveva tanto sofferto non si poteva negare la soddisfazione di toccare quel traguardo che aveva quasi raggiunto». Parole del rapporto ufficiale dei Giochi di Londra. Quell’italiano dagli occhi spiritati, il fisico un po’rachitico e la testa infagottata in un fazzoletto commosse il mondo.

Domenica Londra ritroverà la sua prestigiosa maratona, e quella storia di un secolo fa rinascerà nel ricordo. I corridori di oggi, soprannominati «dorandini», vestiranno la tenuta allora indossata da Pietri. Londra e Carpi sono congiunte in gemellaggio. Carpi è stata la città adottiva di Dorando, nato a Correggio il 16 ottobre 1885. A Londra, in questi giorni, è esposta la coppa che la regina Alessandra donò a Pietri, al posto della medaglia d’oro andata ad Hayes. Giunta direttamente dal caveau di una banca, scortata dagli uomini di Scotland Yard, troneggia insieme alla medaglia d’oro di Hayes, icona della celebrazione del centenario.

Come raccontano storia e fotografie, Dorando passò il traguardo con faccia e cuore da collassato, dietro quelle cadute si è sprecata letteratura, ripescato e rimesso in piedi da mani caritatevoli a pochi metri dal traguardo, capitombolo dopo capitombolo. «Poichè era impossibile lasciarlo lì, con la prospettiva di vederlo morire in presenza della Regina e di quella enorme folla, i dottori ed altri addetti si precipitarono ad assisterlo...», continua il racconto del rapporto ufficiale. Ma gli aiuti decretarono la sua squalifica. La regina Alessandra volle ugualmente premiarlo con una coppa che mai l’avrebbe consolato della perdita d’una medaglia d’oro olimpica, ma certo l’avrebbe rallegrato se Dorando ci avesse trovato, dentro, una busta con assegno, come gli era stato prospettato. Il tempo ha dato ragione a Sir Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes, identificato come uno dei giudici che aiutarono Pietri a risollevarsi. Non fu così. Ma Doyle vide lungo e scrisse: «La grande impresa sportiva dell’italiano non potrà mai essere cancellata dalle storie sportive, indipendentemente dalla decisione presa dai giudici».

La memoria di Dorando è rimasta scolpita negli anni. La lunga campagna americana, dove ottenne rivincita contro John Hayes al Madison Square Garden, fu l’incoronazione di un personaggio da film. Successi e guadagni gli regalarono gloria e quattrini. Infine la discesa verso un destino beffardo: un cuore traditore che mai avrebbe dovuto prosciugarsi nelle maratone, la morte a Sanremo, un colpo, un’emorragia, addio. Oggi Dorando rivive nei libri. Uno per tutti: «Dorando Pietri. La corsa del secolo», per la penna di Augusto Frasca, straordinario storico e scrittore, cronista e ricercatore, appassionato di sport e della sua cultura, cultore principe dell’atletica.

Il libro è una sorta di enciclopedico racconto sulla parabola di Dorando, tra documenti ufficiali (da cui abbiamo tratto spunti), cronache d’epoca, articoli di grandi giornalisti e di personaggi del tempo, curiosità, foto, testimonianze italiane ed estere. Spesso in un libro trovi qualche tesoro, qui ce ne sono tanti. A dimostrazione che la storia di Pietri ha cent’anni, ma li porta bene.