Londra, infermieri liberi di decidere sulla vita dei malati

da Londra

Rianimare o meno un paziente che ha avuto un attacco cardiaco? Dai prossimi giorni in Gran Bretagna la decisione potrà spettare anche agli infermieri. La nuova direttiva, appena pubblicata dalla British Medical Association di concerto con il Royal College of Nursing e il Resuscitation Council, sta creando molto scalpore nel Paese.
Fino ad ora la facoltà di decidere della vita o della morte di un paziente era concessa soltanto ai medici, ora questo potere viene esteso anche agli infermieri più anziani con una lunga esperienza ospedaliera. In assenza di un medico, quindi, saranno loro a scegliere se tentare di riportare in vita un paziente o se invece, «lasciarlo andare». Un cambiamento significativo nella routine ospedaliera che va ad aggiungersi alla nuova possibilità offerta ai pazienti da una legge entrata in vigore proprio questo mese, di imporre le proprie volontà - legalmente vincolanti - chiedendo di non essere resuscitati in caso di arresto cardiaco o cardiorespiratorio. Ai produttori dei tanti E.R o Grey's Anatomy la cosa di certo non sarebbe piaciuta. Eppure gli autori del nuovo regolamento con questa direttiva sperano anche di sfatare il falso mito della rianimazione cardiopolmonare reso così popolare proprio dalle serie televisive degli ultimi dieci anni.
Far ritornare i pazienti dal regno dei morti non è infatti così semplice come lo fa sembrare il dottor House di turno e soprattutto non è indolore, né senza gravi conseguenze. «Questa tecnica viene portata a termine con successo in meno del 5% dei casi - spiega the British Medical Association - e non è così elegante come viene descritta in televisione». Anche se il paziente sopravvive, il rischio di provocare fratture, danni al cervello e ai polmoni e infermità permanenti è molto alto. Non si dovrebbe neppure tentare una simile procedura quando questa si rivela «inutile e senza dignità». Attualmente gli arresti cardiaci improvvisi causano 80mila morti all'anno, con la possibilità di sopravvivenza che diminuisce del 14% ogni minuto in assenza di un trattamento immediato.
Nel caso di pazienti anziani ricoverati nelle case di cura o di malati terminali non è insolito che l'infermiera si trovi da sola ad affrontare simili emergenze ed è soprattutto per questo che anche a loro è stato delegata la facoltà di decidere che fare. L'associazione dei pazienti britannici vede di buon occhio il nuovo regolamento. «Gli infermieri sono sempre stati più vicini dei medici ai pazienti gravemente ammalati - ha dichiarato ieri un portavoce dell'associazione -: da sempre sono maggiormente interessati alla personalità di chi assistono e conoscono la posizione dei singoli pazienti nei confronti della morte. Infermiere o infermieri dovrebbero sempre far parte della squadra che decide se rianimare o meno un malato». L'associazione ha anche chiesto che vengano rese pubbliche sempre maggiori informazioni su questa procedura e sulla qualità della vita che attende una persona sottoposta a questo trattamento. La scelta di rianimare o meno un essere umano non è tuttavia come decidere il colore del camice da indossare, è un'assunzione di responsabilità enorme. Secondo alcuni legali, chi la prende dev’essere pronto a risponderne anche di fronte ad un tribunale, in casi estremi.
«Questa direttiva dà un grande potere agli infermieri e loro dovrebbero essere preparati a giustificare la decisione presa - spiega Mark Solon dello studio legale Bond Solon - quindi tutto dovrebbe essere registrato compreso chi ha deciso, quando e perché». Non solo. Per ogni caso che si presenta dovrebbero essere disponibili tutte le informazioni possibili riguardo al paziente, compresa l'esistenza di un documento che attesti la sua volontà di non essere resuscitato in caso di arresto cardio-respiratorio, anche perché il regolamento è applicabile non solo agli ospedali, ma anche al servizio in ambulanza.
La realtà però è ben diversa da quella auspicata e allora quello che sembra un successo sul fronte infermieristico potrebbe non essere altro che l'ennesima richiesta d'aiuto da parte di una categoria medica costantemente sotto organico.