Londra preme per l’estradizione Hamdi: «Voglio restare in Italia»

L’etiope: «Conosco Osama ma solo da internet. Ho tanti amici in Italia, non solo in Lombardia»

da Roma

Davanti ai magistrati della Corte d’Appello Hamdi Adus Issac ha ripetuto ciò che aveva detto ai pm nella lunga notte trascorsa in Questura dopo l’arresto: che non era arrivato in Italia per tentare la mattanza che il 21 luglio a Londra era fortunatamente fallita. Che in fondo anche nella capitale britannica lo scopo non era quello di uccidere, ma solo di manifestare, tramite un’azione dimostrativa, una presa di posizione meramente politica, «per vendicare la nostra gente buttata in carcere dopo le bombe del 7 luglio».
Al giudice d’Appello chiamato a vagliare la richiesta di estradizione avanzata in tempo record dal governo britannico, Hamdi ha risposto: «Voglio restare in Italia». Ma sulle ragioni che l’hanno portato in manette, a cominciare dalla mancata strage di Londra, il giovane etiope identificato in un primo momento col nome di Osman Hussain, di nazionalità somala, ha sminuito il suo ruolo, e anche la portata di quell’azione «dimostrativa» che invece per gli investigatori avrebbe potuto trasformarsi in un massacro analogo a quello di due settimane prima.
Guerra santa? Neanche a parlarne. «La religione non c’entra niente», e neppure i riti della «base» di Osama, ha ripetuto per la seconda volta in poche ore il ragazzotto, in un buon italiano, che alla procura aveva anche fornito indicazioni sui suoi tre complici e sui contatti a Milano e a Brescia. Anche il come e il perché s’è trovato a entrare nella metropolitana di Londra «con uno zaino pieno di esplosivo che il nostro capo ci aveva spiegato come realizzare», con un intruglio di sostanze fertilizzanti, è piuttosto atipico nel pianeta jihadista fatto di moschee e insospettabili call center. «Il capo l’ho conosciuto a Notting Hill, in una palestra frequentata da tanti ragazzi semplici come me, della mia stessa età e religione», dice il 27enne. «Lui un giorno mi ha preso da parte e mi ha detto cosa avrei dovuto fare per l’attentato, poi sempre lui mi ha insegnato come si confezionano le bombe, raccomandandomi silenzio assoluto, lui mi aveva avvisato che quando si trasportano gli ordigni è il momento in cui bisogna fare maggiore attenzione, perché l’acido che sta all’interno può venir fuori e ci si può bruciare...». Raccomandazione caduta nel vuoto, perché proprio nel trascinare la bomba nei sotterranei della Hammersmith and City Line, fra le stazioni di Sheperd’s Bush e Westbourne Park, l’acido è fuoriuscito dal contenitore esplosivo e ha lasciato sulla sua gamba una ferita che gli inquirenti gli hanno chiesto di mostrare.
Il «capo» di cui Issac parla in continuazione è Muktar Ibrahim, anch’egli etiope, già finito in manette e accusato dagli 007 di Sua Maestà di essere il leader della banda. Era lui, secondo il racconto affidato ai magistrati dopo qualche tentennamento iniziale, a riunire di frequente i suoi accoliti. «Muktar ci riuniva, ci faceva vedere spesso le videoriprese effettuate in Iraq, le immagini della guerra, e dopo avercele mostrate ci esortava ad agire, a fare qualcosa. Soprattutto vedevamo le scene in cui i soldati americani, o quelli inglesi, uccidono le donne e i bambini. Così ci convincevamo che dovevamo dare un segnale, fare qualcosa. Qualcosa di grosso...». Di grosso come un attentato, magari sulla scia di quello del 7 luglio? «Non era nostra intenzione uccidere nessuno. Non c’entriamo niente con quei pachistani, niente per davvero... Parlavamo di questo, ci vedevamo, discutevamo di politica, dovevamo agire ma non fare morti. Doveva essere un atto dimostrativo, per questo quando il capo mi ha domandato se volevo partecipare, io ho detto sì. Mi hanno dato uno zainetto e sono andato...». Di azione dimostrativa Hamdi aveva parlato subito, e ieri l’ha ribadito con forza aggiungendo nuovi particolari sul perché ha scelto il nostro Paese: «Ho saputo che in Inghilterra mi cercavano - racconta -, ho visto la mia faccia su un giornale e ho deciso di fuggire. Sono venuto a Roma ma pensavo di restarci solo per un po’, di fermarmi un po’ di tempo e poi andare in qualche altro luogo. Sapevo che qui avrei avuto un posto dove stare, e qualche amico...». L’ipotesi che più aveva impensierito gli inquirenti era che il passaggio di Hamdi nella Città eterna potesse essere finalizzato al ricongiungimento con qualche cellula «in sonno» pronta ad entrare in azione. Ma gli sviluppi delle indagini farebbero escludere questa possibilità. «Non so nulla di preparativi per un attentato in Italia - dice l’etiope -, non ho mai avuto contatti, e neppure i miei compagni, con la rete di Osama Bin Laden, e neppure con i suoi uomini. Ho tanti amici in Italia, in Lombardia e non solo lì. Certo siamo a conoscenza dell’esistenza di Osama Bin Laden, ma tutto ciò che sappiamo lo abbiamo appreso navigando su internet, dove abbiamo accesso ai suoi programmi...».