Londra processa Blair per l'Irak

L’ex premier sarà il testimone eccellente dell’inchiesta per stabilire
come e perché il Regno Unito attaccò il regime di Saddam. Contro di lui
il fuoco di fila degli ex collaboratori: ha mentito sui piani per
l’invasione e ha lasciato le truppe allo sbaraglio

A un passo dal Tamigi, nel cuore di Westminster, Londra offriva ieri ai turisti uno spettacolo più macabro dei tour guidati sulle orme di Jack lo Squartatore. Mani insanguinate e un mucchio di dollari sporchi di rosso: il colore delle vite bruciate in Irak. A maneggiare le banconote, di fronte all’ingresso del Queen Elisabeth Centre, una maschera sorridente di Tony Blair, il leader che i pacifisti inglesi vorrebbero consegnare ai posteri - o all’inferno - con l’onta indelebile di aver trascinato il Paese in una guerra sbagliata e di aver mentito alla nazione pur di far procedere i piani militari. E in effetti da ieri, giorno in cui si è aperta l’inchiesta pubblica che tenterà di stabilire come e perché il Regno Unito entrò in guerra contro l’Irak, il testimone eccellente e grande accusato è di nuovo lui, l’ex primo ministro laburista che la scorsa settimana ha perso la poltrona di presidente del Consiglio europeo anche a causa dell’asse privilegiato che nel 2003 lo spinse al fianco di Bush nella battaglia contro il regime di Saddam Hussein.

Sarà sentito a inizio del nuovo anno Tony Blair. Dovrà chiarire cause, tempi e modalità che lo spinsero nel marzo del 2003 a entrare in guerra, una guerra costata la vita a 179 soldati britannici. La sua è la deposizione più attesa di fronte alla commissione guidata da sir John Chilcot, i cui risultati saranno resi noti dopo le elezioni politiche, non prima del maggio 2010. Ma il processo di piazza è già cominciato. Un processo politico, perché l’inchiesta non porterà ad alcuna incriminazione, tanto che - nonostante lo sconcerto dei parenti dei militari uccisi in Irak, che ieri erano in piazza a manifestare - sarà garantita l’immunità a chi porterà nuove prove.

«Nessuno è sotto processo - ha garantito all’apertura dei lavori l’ex consigliere ai servizi segreti Chilcot -. Il nostro obiettivo è produrre un’analisi completa che dia un contributo a migliorare la governance pubblica e il decision making». Ma Blair sa che alla sbarra c’è soprattutto lui. In fondo questo è il terzo tentativo di fare chiarezza su quella guerra tramite un’inchiesta. E forse è un modo per dare agli inglesi l’illusione che l’ex premier pagherà - almeno in termini di immagine - il suo tradimento alla nazione, anche grazie alle pubbliche udienze.

«Chi vuole Blair alla sbarra non sarà mai soddisfatto», commentava ieri Michael White, vicedirettore del Guardian. Così è partito il nuovo iter di indagine ed è cominciata la sfilata dei testimoni eccellenti: diplomatici, funzionari, primo fra tutti Peter Ricketts, presidente del Joint Intelligence Committee che sovrintende al lavoro dei servizi segreti. Le prime rilevazioni scottanti sono state anticipate dalla stampa. E Blair ne esce livido. I piani per l’invasione dell’Irak - ha rivelato un rapporto governativo pubblicato dal Daily Telegraph - cominciarono più di un anno prima della guerra, a differenza di quanto l’ex premier ha sempre dichiarato per tutto il 2002, anno in cui il leader laburista fece di tutto per convincere il Paese che l’obiettivo della Gran Bretagna era «il disarmo e non il cambiamento di regime» in Irak. Non solo: nei dossier governativi frutto di ore di interviste ai responsabili militari e politici emerge chiaramente che l’intervento fu «affrettato», che i militari vennero mandati a combattere senza risorse sufficienti.

Ci furono soldati che partirono con 5 proiettili a testa, radio «che si rompevano a mezzogiorno per il caldo» e pure un carico pieno di sci recapitato in pieno deserto. Insomma la campagna militare fu costellata di «spaventosi fallimenti». Ora molti temono che la connivenza tra i membri della Commissione d’inchiesta e l’ex governo laburista non consegni al Paese la verità. Intanto Blair sta già scontando la sua pena.