Londra, ragazze indù picchiate per farle convertire all’islam

La ricompensa è di 5.000 sterline. Le prede da adescare sono ragazze di religione indù e sikh. Il metodo consigliato è un invito al pub, l’offerta di qualche birra da consumare. E l’obiettivo è imperativo: convertire ragazze all’islam, anche con la forza. «Il lavoro sarà duro, ma non è impossibile», recita un volantino distribuito per le strade di Luton, nord di Londra. Lungo e inequivocabile il testo: «Dobbiamo mandare i nostri giovani per le strade e spingere le giovani di religione sikh nelle braccia dell’Islam. L’insegnamento del grande profeta Maometto deve essere diffuso fino a che il mondo intero non sarà musulmano. Solo così il mondo sarà salvato». Firmato: «Il vero movimento del califfato. Gli occhi, le orecchie e la voce dell’Islam».
La campagna degli estremisti in suolo britannico è cominciata a Luton, ma sembra aver fatto proseliti anche altrove: Birmingham, Leeds e Bradford, nord dell’Inghilterra, il luogo dal quale provenivano gli attentatori del 7 luglio, e poi Londra. La polizia inglese l’ha ribattezzata la tattica delle «conversioni forzate». Il terreno ideale sembra essere l’università. Da alcuni campus sono arrivate le prime denunce di giovani indù e sikh, minacciate e persino picchiate, costrette a lasciare l’università e ad abbracciare l’Islam. E dai college inglesi è giunta la conferma che quei volantini hanno sortito il loro effetto. A far scattare l’allarme è stata “Hindu Forum of Britain”, l’organizzazione - espressione della comunità religiosa nel Regno Unito - che dialoga regolarmente con la stampa e il governo britannico. «Abbiamo segnalato le denunce fatte da tante ragazze della nostra comunità alla polizia: i casi - ha spiegato al Giornale Ramesh Kallidai, segretario generale dell’organizzazione - stanno diventando sempre più numerosi e molte giovani hanno paura di denunciare. Ecco perché ci battiamo perché si parli del fenomeno. Perché chi non ha ancora parlato, ci dica davvero quali aggressioni ha subìto e perché si crei un clima generale di denuncia che aiuti a fermare questo fenomeno».
Il capo della Metropolitan Police, Ian Blair (l’uomo che ha gestito l’emergenza attentati del luglio 2005) ha annunciato di aver inviato i propri uomini nei pressi delle università, i luoghi scelti dagli estremisti islamici per avviare la propria campagna, in modo da incoraggiare le vittime a cercare aiuto, anche rivolgendosi a strutture di sostegno psicologico se non volessero contattare direttamente la polizia. Le forze dell’ordine, infatti, non possono agire direttamente all’interno dei campus. Proprio qui gli estremisti di Allah hanno lavorato più efficacemente. «Nelle ultime settimane abbiamo ricevuto una ventina di denunce di ragazze minacciate, costrette a lasciare l’università. Qualcuna ci ha detto - racconta ancora Kallidai - di essere stata persino picchiata per strada».
D’altra parte, i volantini parlano chiaro: «È facile portare queste ragazze fuori per un appuntamento, perché in genere amano bere e sanno ben poco della propria religione, ricevendo un’educazione più occidentale. Da lì può cominciare un graduale percorso verso l’Islam». Un percorso che per molte è finito in un incubo di violenza e minacce. E che conferma il risultato di un sondaggio recentemente diffuso dalla Gallup e realizzato fra il 2005 e il 2006, il più vasto condotto tra gli islamici (10mila musulmani ascoltati in dieci Paesi a maggioranza islamica). Secondo l’indagine, i musulmani si stanno sempre più radicalizzando e hanno accentuato il loro sentimento anti-americano. Un sentimento diffuso fra il 79% della popolazione saudita. Il 7% degli islamici ha dichiarato apertamente che quello dell’11 settembre è stato un attacco «completamente giustificato».