LONDRA Sul metrò per vincere la paura

Le librerie sono piene di bestseller sui trasporti mentre incombe l’anniversario del 7 luglio. E la storia della mitica «Tube» diventa antidoto

È passato un anno da quel 7 luglio del 2005, quando quattro giovani islamici di nazionalità britannica, residenti a Leeds (città periferica ma non disgregata: è sede anche di un'ottima università) si riempirono gli zainetti di esplosivo fatto in casa e si fecero saltare, uccidendo una cinquantina di passeggeri della metropolitana di Londra, provocando panico e paralisi. E angoscia in tutto il mondo.
Oggi, se ti aggiri per le strade, se prendi uno dei famosi bus rossi a due piani (su cui un altro fanatico si fece saltare sempre il 7 luglio) se t'infili nei cunicoli del metrò ottocentesco, se prendi il sole sul Serpentine, laghetto dell'immenso Hyde Park, se t'infili nelle code di passanti che s'incamminano per la strada commerciale più grande del mondo, Oxford Street, se ti comporti così, con la giusta dose di distrazione, Londra ti sembrerà sempre la stessa.
Eppure quando dall'aeroporto di Heathrow hai preso il metrò, e il convoglio si è fermato, quando leggi gli avvisi che la Central Line, la linea rossa che percorre il centro nel lato settentrionale, a far concorrenza alla blu (la Piccadilly), parallela ma a sud, a tratti è bloccata, quando noti disfunzioni nel cuore del sistema dei trasporti, la tua mente, e ancor più quella degli inglesi che ti sono a fianco, non possono evitare di ricordare il grande panico dell'anno scorso.
Ma come la città s'interroga ancora sul fatale attentato? Val la pena di fare un salto in una delle grandi librerie, tipo la mitica Foyles, e vedere che cosa si legge e se in queste letture si colgono tracce del trauma.
È un caso che il grande poeta irlandese di lingua inglese, Seamus Heaney, abbia intitolato la sua ultima raccolta di poesie District & Circle, cioè con il nome delle due linee circolari del tube, quelle che collegano le tratte orizzontali e verticali? Certo, le liriche heaneiane percorrono i tradizionali «luoghi» del poeta: la celebrazione degli oggetti quotidiani (un elmetto da pompiere, un martello, un'incudine). Ricorrono gli omaggi agli altri poeti (George Seferis, Pablo Neruda, Czeslaw Milosz) e i richiami alla giovinezza nei campi. Il tutto letto con la nostalgia e lo stile da archeologo che cerca le radici della civiltà.
Ma quando Heaney scrive: «Anything can happen, the tallest towers / Be overturned». Qualsiasi cosa può avvenire, le torri più alte venir abbattute. Allora le scarne rime che raccontano le scale mobili, le piastrelle del metrò non possono non essere lette anche come ricordo delle tragedie recenti, da New York a Londra, in una chiave non separabile dal ricordo della Seconda guerra mondiale, quando gli inglesi inventarono quei cartelli «if you stand, keep the right»: tenete la destra se volete star fermi, per consentire un ordinato scendere nel principale rifugio contro le bombe della Luftwaffe.
Ma se la poesia di Heaney è eccezionale, anche altri libri danno preziose indicazioni sullo spirito inglese in questi tempi. Intensa è la pubblicazione di volumi sui trasporti che divengono veri e propri best seller. Come una vera storia della metropolitana londinese, The subterranean railway di Christian Wolmar, già alla sua terza edizione per Atlantic books, anche in versione economica, dove si celebra «la visione» dei pioneri che inventaron la prima metropolitana del mondo oltre cento anni fa, elemento fondamentale dello straordinario successo di tutta la città. Un saggio di ben 350 pagine. Altrettanto sintomatico il successo di un libro di un giornalista del Guardian, Travis Elborough: un nostalgico addio ai bus a due piani, i Routmaster, man mano sostituiti da mezzi più efficaci e organizzati eliminare i tradizionali bigliettai (figure fondamentali del paesaggio urbano londinese). «The bus we loved», il bus che amammo: intitola così il suo libretto Travis Elborough (piccolo formato, meno di duecento pagine, edito da Granta).
L'amore per i trasporti è inquadrato in una rinnovata simpatia per l'età vittoriana: quando la Londra di oggi, con i suoi metrò, la sua elettricità, il suo assetto urbanistico, fu veramente fondata. Non c'è periodo nella storia di Londra in cui la città fu più dinamica, affascinante, innovativa e importante di quegli anni antecendenti la Prima guerra mondiale. La storia della Londra trionfante, per la prima volta raccontata in modo così articolato, è descritta da un colto divulgatore, già lettore a Oxford, Stephen Inwood nel suo City of cities: dal perfetto sottotitolo la nascita della Londra moderna (editore MacMillan, oltre 500 pagine).
Tanti altri libri, poi, raccontano l'era vittoriana: ma forse quello che meglio, per l'autorevolezza dell'autore, svela lo spirito dei tempi è di una stella della letteratura britannica, Julian Barnes. Il romanzo, Arthur & George, è ambientato in piena era vittoriana e narra delle intersezioni tra la vita di due personaggi reali: il famoso scrittore, Arthur Conan Doyle, e un oscuro avvocato di campagna, George Edalji, di papà indiano di religione parsi e di mamma scozzese. L'origine di Edalji introduce un altro tema del dibattito pubblico inglese: il carattere sempre più multietnico della Gran Bretagna e in particolare di Londra. Dopo i racconti (e i film derivati) di Hanif Kureishi negli anni Ottanta (da My Beautiful laundrette al Buddha delle periferie al profetico Mio figlio è un fanatico), vi è stato il successo di Denti bianchi di Zadie Smith, di Brick Lane di Monica Alì. E ora va per la maggiore Londonstani di Gautam Malkani, direttore della sezione Affari creativi del Financial Times. Lo stile del racconto è quello dei maestri della subcultura delle periferie londinesi come Martin Amis, anche se la forza letteraria di quest'ultimo è inimitabile. Ma nella descrizione del mondo di rudi giovani dell'Asia del Sud, tra i quali non mancano gli islamici, pare di leggere gli interrogativi che un figlio di emigrati ben integrato come Malkani si pone verso altri ragazzi dalle simili origini ma dal destino diverso. Il grande interrogativo che incombe nelle teste dei londinesi dopo il 7 luglio.
Anche un altro britannico, Patrick Neate, ha affrontato in City of tiny lights, nella chiave del giallo comico, il tema della multietnicità. Con uno strano eroe, Tommy Akhtar, detective privato ugandese-indiano, assunto da una prostituta per ritrovare un'amica e collega scomparsa. Da qui intrecci che vedono anche l'assassinio di un parlamentare, le gesta di terroristi mujaheddin e le contro iniziative di varie agenzie d'intelligence. Libro divertente che qualche critico ha giudicato prematuro per la vicinanza con la tragedia del 7 luglio. Ma che conferma i segni dello spirito del tempo di cui si è scritto: da una parte la nostalgia per quando si fondò la Londra moderna, nell'ultima stagione veramente pacifica tra le guerre napoleoniche e il secolo delle guerre mondiali, dall'altra la riflessione, ora divertita ora angosciata, sulla realtà multietnica della più grande città europea.