Londra, troppe tasse: multinazionali in fuga

Si allunga in queste ore la lista delle multinazionali e delle grandi
compagnie che scappano dal progetto del governo inglese di introdurre
una tassa sui profitti raccolti all'estero. Addio domicilio fiscale, meglio le sedi offshore

Roma - Fuga dalla City. Si allunga in queste ore la lista delle multinazionali e delle grandi compagnie che scappano dal progetto del governo inglese di introdurre una tassa sui profitti raccolti all'estero. Un esodo, che prevede l'abbandono del domicilio fiscale londinese per prenderlo in giurisdizioni offshore come per esempio Jersey e Lussemburgo, che gia vede protagoniste grandi aziende come la farmaceutica Global Henderson, Imperial Tabacco, United Business Media, Charter Int plc o Regus.

Il fenomeno, che viene segnalato dalla rivista on line dell'Agenzia delle Entrate 'FiscoOggi.it', preoccupa l'Esecutivo di Gordon Brown tanto da indurlo - come afferma la rivista telematica - ad optare "per una rapida retromarcia riguardo la tassazione dei guadagni esteri delle multinazionali che, di fatto, soltanto in parte saranno ricondotti a tassazione ordinaria". Secondo 'Fiscooggi.it' infatti, "le compagnie e i gruppi protagonisti della fuga da Londra dichiarano, in modo piuttosto unitario, che la scelta di ridisegnare la rispettiva residenza fiscale è determinata da ragioni di tasse. In particolare - spiega - sotto accusa il progetto elaborato dal governo che mira a introdurre una tassa sui profitti esteri raccolti dalle multinazionali e il cui scopo sarebbe di intercettare e assoggettare a tassazione guadagni e proventi delle imprese transnazionali, prima che i rispettivi management provvedano a disperderne e a ridistribuirne gli introiti attraverso una lunga filiera di società controllate".

A questa extra-tassa si aggiunge anche l'imposta a forfait che Londra ha esteso oramai da un trimestre a tutti i contribuenti 'non-dom', la cosiddetta tassa Valentino, e che di fatto ai residenti non domiciliati da almeno sette anni residenti a Londra impone il versamento di almeno 45 mila euro l'anno per garantirsi di continuare a non pagare tasse all'erario britannico per guadagni derivanti da fonte estera. La meccanica dell'esodo delle grandi compagnie dalla City ricalca - secondo 'Fisco Oggi' - un "copione contabile a sfondo fiscal-finanziario piuttosto omogeneo e quasi ripetitivo". Per esempio, il gruppo Charter, impegnato nel settore dell'ingegneristica e con sede, almeno fino a oggi, a Londra, ha annunciato la creazione d'una sua holding company all'interno della giurisdizione offshore di Jersey, sulla Manica. Una sorta di finestra-ponte, dato che il quartier generale della Charter Int plc al termine della corsa sarà localizzato a Dublino, in Irlanda, dove in pratica assumerà i contorni effettivi della residenza fiscale.