Longhi sbatte la porta in faccia ai Ds

Non ce l’ha più fatta, a resistere. E dopo tanto meditare, se n’è andato dai Ds sbattendo la porta. Aleandro Longhi, deputato dopo essere stato senatore, presidente del consiglio comunale e - qualifica di cui è molto più orgoglioso - un bravo ferroviere, è fatto così: umorale, sanguigno, fedelissimo alla causa, e proprio per questo intransigente senza se e senza ma. Anche, ovviamente, nelle battaglie di retroguardia. «Burlando fa accordi con la destra? Non mi va e non ci sto» se n’è uscito ieri, a muso duro. E chissenefrega se Fassino, Tullo e Pittaluga nicchiano. Gli amici più stretti - pochi, solo quelli della trattoria di Sestri Ponente dove lui ama gustare politica, focaccia e vino bianco - lo sapevano da giorni. Solo di poche ore fa, invece, l’annuncio ufficiale: «Lascio i Ds - spiega Longhi - perché hanno smarrito il senso della loro missione, non mi ci riconosco più. Ma resto a sinistra, vengo da una famiglia antifascista che ha pagato con la persecuzione, la tortura, la discriminazione e la morte. Non sono io - insiste - che cambio». Tanto che dà vita alla componente «Movimento per la sinistra-Mps» che accoglie gli scontenti e i delusi del nascente partito democratico. Ma non segue Ronzitti e la sua «Unione a sinistra»: per le amministrative Longhi promette l’appoggio ai Comunisti italiani, «che attualmente più si ispirano a Berlinguer, alla sua alta concezione della politica dell'austerità e della questione morale. Rafforzare il Pdci è condizione indispensabile per il riequilibrio e la riunificazione dell'intera sinistra». Poi lancia gli ultimi siluri, deflagranti per la dirigenza diessina: «Contesto gli inciuci inauditi del presidente della Regione con noti esponenti del centrodestra. Pur essendoci tutti gli elementi di uno scandalo, nessuno nel partito ha proferito parola. Sarebbe - sottolinea Longhi nella lettera inviata al segretario nazionale - come se tu, Fassino, dichiarassi che hai un'ottima intesa con Berlusconi! Non sarebbe scandaloso a livello nazionale? Perché non dev'esserlo se accade a Genova? C'è un momento nella vita - conclude amaramente - in cui bisogna avere il coraggio di fare delle scelte, seppur dolorose. Come quella che faccio io ora», e che hanno fatto, negli ultimi mesi, altri settanta dirigenti liguri dei Ds.