Lonquich alle Serate in nome di Schubert

Il pianista allievo di Badura-Skoda in un recital improntato al classicismo

Piera Anna Franini

Aveva sedici anni quando si vide piombare addosso la celebrità con la medaglia d’oro - nel 1977 - al concorso Casagrande di Terni dedicato a Schubert. Vittoria, concerti-premio in giro per l’Italia, attitudini forse più latine che teutoniche... un insieme di circostanze contribuivano ad avvicinare sempre più questo pianista all’Europa mediterranea. Così Alexander Lonquich, l’artista di Trier (Germania) cresciuto alla scuola di Paul Badura-Skoda (Hochschule di Hessen), si trasferiva in Italia, prima tappa in Liguria e poi la definitiva in Toscana.
Il suo nome, un po’ come quello del maestro Badura-Skoda, da sempre corre in coppia - in particolare - con quello dei compositori austriaci Mozart e Schubert. Proprio nel nome di Schubert, Lonquich torna domani in Conservatorio, ospite delle Serate Musicali con un recital che idealmente chiude il capitolo aperto dal duo Pinchas Zukermann (violino) e Marc Neikrug (pianoforte) che venerdì, nella stessa sala, hanno illustrato la Vienna del classicismo di Mozart e di Beethoven, e quella crepuscolare di Brahms.
Proprio la Sonata D 845 in la minore di Schubert, a chiusura di serata, segna un superamento del complesso di sudditanza che il musicista nutrì nei confronti di Beethoven. Dopo un Moderato iniziale, Schubert osa introdurre per la prima volta un Andante che si nutre di un tema poi variato. Il Rondò finale apre avvolto da un alone di mistero e un gorgo di inquietudini che siglano lo stile di Schubert.
Questa Sonata è preceduta dalla D 840 in do maggiore “Reliquie”, lavoro rimasto incompiuto, con un primo tempo di un’agghiacciante essenzialità che poi trova il suo completamento nel clima tragico e cupo dell’Andante che segue. Apertura di recital con uno dei cicli chiave del pianismo di Schubert: i 12 Ländler D 790.
Un concerto, questo di lunedì, di un Lonquich in versione classica. Perché una curiosità vorace ha fatto disegnare i percorsi più originali a questo pianista pronto a lamentare che «i programmi vengono spesso impaginati con scarsa fantasia da interpreti ma anche da organizzatori». E spezza una lancia a favore delle ultime leve del concertismo, «le proposte di novità avanzate dai giovani vengono ahimè scoraggiate dai direttori artistici che preferiscono andare sul sicuro con programmi navigati».
Lonquich è ben sensibile alle problematiche vissute dall’interprete del Duemila, indagine che s’è sviluppata attraverso il canale delle lezioni-concerto, di interventi a convegni e di sperimentazioni sul campo. Così, Lonquich ha aderito ai progetti del Villon Ensemble, operazioni che intendono rompere le barriere fra le arti promuovendo, semmai, l’interazione fra i diversi linguaggi, e in particolare fra quello musicale e teatrale.
Fra le realizzazioni, la performance Co’Stell’Azioni (sconcerto enfatico per le saline dello sconfinamento) tratto da un testo di Enzo Moscato con musiche composte da Lonquich. Ancora, Incantations -sublimes, performance concepita come opera-video nata dalla collaborazione tra musicisti, fotografi, video-makers, antropologi e field-biologists.