Lontano dai luoghi comuni ecco il Gauguin che non ti aspetti

Ha incarnato lo stereotipo dell’artista in fuga dalla civiltà, da Parigi, dalla Francia, dall’Europa, da tutto il peso della loro storia: Paul Gauguin è sempre stato il simbolo della ricerca di un altrove. Eppure questo altrove egli ce lo ha restituito filtrato da una formazione e da un approccio radicalmente ancorati alla propria cultura di europeo; studi più e meno recenti ne hanno identificato anche il ricorso disinvolto a precise fonti iconografiche. La prima retrospettiva romana dedicata all’artista parigino, al Vittoriano fino al 3 febbraio, ne illustra la dialettica tra esotismo e tradizione, tra arcaismo e modernità, e soprattutto ne schiude l’universo ambiguo: in barba alla presunta immediatezza di un’arte che cerca il «primitivo», alla popolarità di immagini note fino alla familiarità che induce all’equivoco, ciascuna delle 150 opere prestate da musei e collezioni private di tutto il mondo richiede allo spettatore una lettura accurata. Quella di Gauguin non è un’arte semplice, anche quando cerca la «semplicità rustica», per dirlo con le sue parole. Le sue sono immagini dense, misteriose, nelle quali l’artista sembra sovrapporre ad una realtà che ha perso autenticità o si è mostrata deludente, una propria idea letteraria di terra vergine, di paradiso incorrotto, oppure suggerire una dimensione spirituale irragiungibile. Un grande pregio dell’esposizione è di mostrare a tutto tondo il genio versatile dell’artista: ai dipinti neoimpressionisti e simbolisti, alle tele tahitiane, ad alcuni lavori dei primi anni del Novecento, si affiancano ceramiche di straordinaria forza espressiva ed eleganza, sculture lignee, disegni, stampe, insieme a lettere, preziosi quaderni di appunti e schizzi. Il curatore, Stephen Eisenman, sottolinea, in questa occasione romana, le analogie tra il sogno di Gauguin e la virgiliana età dell’oro, tra alcune figure delle ultime tele dell’artista e particolari della colonna traiana, infine tra due imperi, romano e francese. Al di là del rapporto con Roma, che comunque Gauguin non visitò mai, nell’eterno viaggio è l’identità di un’arte che da Parigi alla Bretagna, alla Martinica, a Tahiti, alle Isole Marchesi, vive della compresenza di realtà e sogno, della tenacia con cui il pittore guarda attorno a sé alla ricerca perpetua di un mistero da evocare, dipingendo, modellando, incidendo figure con «occhi che sognano, l’apparenza turbata di un insondabile enigma».