Lord Bentinck, Churchill e la Sicilia

Triste la sorte del più grande storico italiano della prima metà del ’900, negli anni immediatamente successivi al 25 aprile ’45. Gioacchino Volpe, definito con qualche forzatura da Salvemini «storico ufficiale della dittatura fascista» e «amico personale» di Mussolini, fu epurato dall’insegnamento universitario, espulso dai più importanti istituti di cultura, impedito dal pubblicare i propri contributi sulle riviste scientifiche di cui era stato una «grande firma». Non domo, Volpe cercava di rompere l’isolamento, riprendendo i contatti con la stampa quotidiana, interrottisi dopo che la nuova gestione del Corriere della Sera lo aveva esiliato dalle sue pagine.
In questo quadro va letta l’avventura editoriale del pezzo che qui a lato riproponiamo. L’articolo del settembre 1946 per il Giornale di Napoli, non vi fu pubblicato e trovò invece ospitalità in uno dei fogli della semisommersa stampa neofascista (la Rivolta Ideale di Giovanni Tonelli) nel maggio 1947, restando ignorato dal grande pubblico e dagli specialisti. In questo contributo Volpe parla dei progetti inglesi, alla fine del dominio napoleonico in Italia, volti ad instaurare, nella penisola, degli Stati satelliti che rafforzassero l’egemonia di Londra in Europa. Progetti che, per quanto riguardava la Sicilia, furono vicini a realizzarsi grazie al dinamismo del proconsole inglese Lord Bentinck, già governatore di Madras, in India, dove il Regno Unito aveva imposto il suo protettorato su molti potentati che, pur nominalmente indipendenti, venivano amministrati da funzionari graditi al governo londinese e occupati militarmente dalle truppe di Sua Maestà britannica.
Dal dopo Napoleone al nostro secondo dopoguerra, il parallelismo appariva a Volpe scontato. Soltanto da pochissimo si era concluso l’episodio del separatismo siciliano, apertamente appoggiato dai servizi segreti statunitensi, sovietici, britannici. I primi interessati a fare dell’isola la «quarantanovesima stella» dell’Unione; i secondi sedotti dall’idea di creare una repubblica federale di tipo sovietico al centro di un mare che da sempre aveva acceso gli appetiti di Mosca; gli ultimi convinti della possibilità di ridurla a componente di un Commonwealth mediterraneo insieme a Malta, Pantelleria, Cipro, le isole ioniche della Grecia e forse la Sardegna.
Oggi come ieri, concludeva Volpe, le potenze straniere coprivano i loro disegni espansionistici con l’alibi della liberazione dell’Italia da un ingiusto dominio, aiutati in questa impresa dall’attivo collaborazionismo di parte dei suoi figli. Questa accusa, appena accennata nella chiusura del pezzo, era stata ribattuta in chiaro da Volpe nella corrispondenza privata, dove persino Croce e Salvemini erano accusati di aver favorito la vittoria degli Alleati per sbarazzare l’Italia dal fascismo. E qui, sicuramente, il rancore di Volpe prendeva il posto dell’analisi obiettiva. Se non pochi antifascisti italiani avevano svolto il ruolo di volenterosi «ascari», nello scontro che aveva opposto la loro patria alle Nazioni Unite, questo non era stato sicuramente il caso di Croce, né di Salvemini che, anzi, nel ’45 aveva apertamente denunciato l’obiettivo di Churchill di fare dell’Italia «una sfera d’influenza inglese, una colonia inglese, una seconda Irlanda».