Lorena massacrata a calci e pugni senza pietà

nostro inviato a Niscemi (Caltanissetta)

La «bambina», come la chiama papà Giuseppe, viene restituita ai genitori quando ormai è sera. Ad accrescere lo strazio, piomba sulle spalle della famiglia Cultraro anche il risultato dell'autopsia. Il corpo di Lorena, macerato dalla lunga permanenza nell'acqua, mette in crisi pure il medico legale. Non si riesce a capire, a un primo esame, se la ragazza fosse incinta. Così il calvario prosegue: saranno gli accertamenti disposti sull'utero, che è stato asportato, a dire una parola definitiva sull'argomento. Non prima del 26 maggio. I tre ragazzi hanno ripetuto la stessa versione al Pm e al Gip: «Lei ci ha detto che era incinta di uno di noi. Ha minacciato di raccontarlo alle nostre fidanzate. Abbiamo perso la testa e l'abbiamo colpita».
L'autopsia conferma la brutalità quasi inspiegabile: Lorena è stata picchiata selvaggiamente. Lo dimostrano i lividi sul corpo. E il volto tumefatto. Ma questa è stata solo la prima parte della sua via crucis. La ragazza è morta strangolata; mentre uno dei tre giovani aveva un rapporto sessuale con lei - circostanza che potrebbe far scattare nei prossimi giorni anche l'accusa di violenza sessuale - gli altri due giravano intorno al casolare e trovavano quel che cercavano: un cavo. Quel cavo, pochi minuti più tardi, finito l'amplesso ed esaurito anche il successivo pestaggio, è servito per ammazzare Lorena. E poi per ancorare il suo corpo a un grosso masso e calarlo in fondo a una cisterna.
Lorena aspettava davvero un bambino? I Cultraro rispondono di no. «Nessun sintomo, nessuna indizio, nessun malessere». Gli assassini brandiscono quell'ipotesi come un fragile scudo: «Lei ci aveva detto che la gravidanza era sicura e che tutto il paese l'avrebbe saputo». L'avvocato dei Cultraro, Enza Rando, penalista antimafia e amica di don Ciotti, rilancia: «Se fosse vero che Lorena era incinta, l'accusa diventerebbe ancora più grave».
I difensori del terzetto, intanto, cercano la strategia più adatta: la confessione e i riscontri trovati dai carabinieri li mettono in un angolo. L'unica soluzione per limitare i danni è enfatizzare la strada del pentimento e scegliere il rito abbreviato che garantisce lo sconto di un terzo sulla pena incombente. È presto per azzardare calcoli, ma Giuseppe, Alessandro e Domenico, che ieri ha compiuto 17 anni, potrebbero chiudere la partita con una condanna intorno ai 15 anni.
«Spero di non vederli ma più da queste parti», ha detto al Giornale il padre di Lorena. Ieri, anche don Rosario, l'insegnante di religione della ragazza, è stato buttato fuori di casa e insultato: «Hai parlato alla stampa del film The ring: se pensavi che Lorena avesse dei problemi e finisse in fondo a un pozzo come la protagonista del film perché non ci hai avvertito?», gli ha gridato una zia della giovane. Oggi i funerali.