L'orgoglio dei liberali e la rabbia dei puritani

Contro la deriva forcaiola del Palasharp i moderati rompono il silenzio. Perché la pulizia etnico-politica fa più paura

L’orgoglio dei liberi riempie i teatri. Pieno il Dal Verme di Milano, pieno dentro e pieno fuori. La folla è il simbolo della resistenza alla repubblica dei moralisti. C’è qualcosa di nuovo nel tutto esaurito di ieri. Perché i liberali sono solitamente allergici alle manifestazioni e invece ieri c’erano, perché il popolo anti giacobino è spesso silenzioso e invece ieri ha parlato. La voce, il bisbiglio, il mormorio di chi è abituato al silenzio si sentono di più.

La gente del teatro Dal Verme è l’immagine di quell’Italia che ha deciso di non rinunciare a se stessa: si può non condividere lo stile di vita personale del presidente del Consiglio, ma quello che non si può accettare è la fronda livorosa che vuole disarcionarlo con ogni mezzo, quelli che ti dicono, pensando di essere più intelligenti degli altri, che Berlusconi è il cancro di questo Paese e va sconfitto a ogni costo e in ogni modo.

Gli smutandati messi insieme da Giuliano Ferrara ieri sono semplicemente quelli che rabbrividiscono ogni volta che sentono frasi così. Perché forse hanno capito che la gogna non finisce qui e non riguarda soltanto Berlusconi. Questo è un Paese dove una giornalista non indagata si vede svuotare la casa, deve subire una perquisizione pesante, deve rimanere ore e ore in una caserma solo perché ha scritto un articolo che infastidisce i potenti in toga. Oggi è toccato a lei, domani non si sa. Chi sarà il prossimo? Qui nessuno è immune, nessuno è salvo. Ogni bella ragazza che lavora in tv è una potenziale sospetta. Facile di sicuro, pagata molto probabilmente. Entreranno anche nella sua vita. Così come in quelle degli altri: ascoltano le nostre telefonate, cercano nei nostri conti correnti. Vogliono una traccia di collaborazionismo: stanno cercando la prova che Berlusconi abbia corrotto moralmente tutta una nazione. Poi metteranno una lettera scarlatta a tutti quelli che si sono macchiati di berlusconismo. Una B rossa. Che tutti la vedano: lo facevano i puritani americani, lo fanno i loro successori italiani. Sono loro che ti spaventano.

L’orgoglio allora è un’arma di autodifesa. Berlusconi è un simbolo perché le campagne contro di lui sono la dimostrazione dell’esistenza di un’Italia illiberale e vagamente antidemocratica che vorrebbe vedere Roma come il Cairo, che sostiene di vivere in una dittatura così da aizzare la gente contro il despota nella speranza di farlo cadere e instaurare una vera tirannia. Perché chi lavora alla caduta del premier per via giudiziaria ha evidentemente scelto di rinunciare ai diritti in nome di un disegno. Le urne che hanno sancito più volte la vittoria del Cavaliere sono un danno: le sostituirebbero volentieri con salotti bene nei quali si decide il nostro destino e il nome di chi dovrebbe governarci. Uno qualunque, purché non sia lui, purché sia degno della loro stima, non di quella di tutti gli altri.

Il Dal Verme è l’anti PalaSharp: là, nel palazzetto, la folla chic, forcaiola, rabbiosa e piena di vergogna. La stessa che oggi sarà di nuovo in piazza per difendere la dignità della donna offesa da non si sa bene cosa. Qui, nel teatro, uno sciame di orgogliosi e garantisti. Moralisti contro antimoralisti, anzi immorali contro antimoralisti. Perché che morale può avere chi vuole soltanto la caduta del berlusconismo? Il solo fatto di cercare ossessivamente sempre e soltanto questo rivela la loro immoralità. E quindi l’ipocrisia. Non c’è un progetto e neanche un ideale. C’è un’ideologia, che è roba diversa. E fa paura. Una voglia di pulizia etnico-politica che non prevede prigionieri: tutto ciò che ricorda Silvio deve essere cancellato. Allora le sue televisioni sono marce, il suo calcio è marcio, la sua vita è marcia. L’Italia è marcia. È un continuo lavaggio del cervello.

L’orgoglio del teatro Dal Verme è la resistenza. È una riserva. Dice questo: che la repubblica del PalaSharp è l’illusione del dogma. Contro Silvio, contro Silvio, contro Silvio. Poi contro tutti quelli che sono stati con Silvio. È la ripetizione ossessiva di un mantra che prevede soltanto la distruzione in nome di un Paese migliore. Cioè quello che creerebbero loro. Solo che chi si sente migliore, chi vive nell’indignazione permanente, chi vende il sogno della liberazione da Berlusconi aspetta soltanto un nuovo piazzale Loreto per poter dire di aver vinto. È odio, non un’alternativa. La buoncostume è la nuova versione della Stasi: vediamo che fai nella tua vita e poi decidiamo se sei un buon italiano. La libertà è un’altra cosa. E l’Italia anche.