Dal loro «Malavita» affiora il malessere della provincia

Testi gotici che raccontano periferie desolate, ma nelle quali spunta anche un filo d’ottimismo esistenziale

Cesare G. Romana

Se è vero che la lettera B, Bach Beethoven Brahms, Beatles Bowie Bono, Brel Brassens Bécaud, Bindi Battisti Battiato, contrassegna gran parte della storia della musica, un’aura di buon auspicio sembra spirare a favore dei Baustelle, quartetto di Montepulciano composto da Francesco Bianconi, voce, Rachele Bastreghi, voce e pianoforte, Claudio Brasini, chitarra e, sola eccezione, Claudio Chiari, percussioni. I Baustelle hanno appena licenziato il loro terzo album, e a suon di passaggi su Mtv, approdi in classifica, concerti affollati stanno cogliendo i frutti d’un quasi decennio d’onesto lavoro, sul fronte sovraffollato del pop italiano.
Il disco s’avvale d’un titolo un po’ guascone, La malavita, che trova scarso riscontro nel contenuto dei testi, così come il nome del gruppo, Baustelle, è una parola tedesca che significa «cantiere» ed è stato scelto «per motivi fonetici - assicurano i quattro - non per il suo significato». Ma se malavita può essere intesa nel senso - mala vita - di male di vivere, ecco che il titolo si fa più emblematico e meno fuorviante. Si parla di suicidi, solitudini, malesseri, conformismi epocali («Morire di domenica/chiesa cattolica/estetica anestetica/provincia cronica», scandisce il testo di I provinciali), e più dei fugaci campioncini del pop teenageriale i modelli, rimirati in maniera un po’ sghemba, sembrano essere Brel, Gainsbourg, Morricone, Ciampi, Morgan e Garbo, misconosciuto epigone di Bowie ed Eno che negli anni Ottanta portò a Sanremo, dice Bianconi, «la sua rivoluzione estetica».
Insomma, in tempi di provincialissima esterofilia, d’artisti italiani che cantano in inglese, di scimmiottature furbastre i Baustelle non esitano a rivendicare la propria provincialità, e le connesse radici mediterranee. Che comportano genuinità, schiettezza e orecchiabilità, senza cadere nella trappola del facile ascolto: come in La guerra è finita, dove la fittizia «allegria» della musica evidenzia, per contrasto, la drammaticità del testo, che è la storia d’una ragazzina suicida e perciò fu rifiutato da alcune radio.
Ché i Baustelle - non per niente Bianconi viene dal giornalismo - non temono di raccontare la realtà, cogliendone gli aspetti più grotteschi e magari più foschi, pur delegando alla musica il compito d’alleggerire le atmosfere più livide: Cronaca nera, Revolver, Il nulla, Cuore di tenebra, recitano alcuni dei loro titoli. E un altro suicidio giovanile emerge in Perché una ragazza d’oggi può uccidersi, mentre in Il corvo Joe traspaiono atmosfere alla Poe, nell’immagine del vecchio volatile amico dei mendicanti in un parco milanese. Senza che, tuttavia, un filo d’ottimismo manchi quasi mai d’infiltrarsi tra le brume del male di vivere: perché a ben guardare «c’è una luce che cancella il buio/e non è il fulmine e non è il sole/non è la mano del Signore/sei tu, amore», si dice nell’ultima canzone dell’album, in apparente, o spiazzante, controtendenza.