"Loro premiati, le vittime umiliate"

Il figlio del maresciallo assassinato da Piancone: troppe riabilitazioni, lo Stato usa due pesi e due misure

Milano - «Fu Cristoforo Piancone a dare il colpo di grazia a mio padre che rantolava in terra». Era il 10 marzo 1978. Oggi, Giovanni Berardi, figlio del maresciallo Rosario, è presidente dell’Associazione italiana vittime del terrorismo.
Che effetto le fa risentire il nome di Piancone?
«Lo stesso che ho provato quando Sergio D’Elia ha avuto un incarico istituzionale in Parlamento o quando il ministro Ferrero ha dato una consulenza, per fortuna poi revocata, a Susanna Ronconi. Lo Stato usa due pesi e due misure».
Addirittura?
«Con noi, con noi che ci portiamo sulle spalle tragedie e lutti, lo Stato è una matrigna. Con loro, ex terroristi, è un padre amorevole. Con loro, è un susseguirsi di riabilitazioni, uscite dal carcere anche se la pena non è ancora stata scontata fino in fondo, riconoscimenti di questo o quel tipo. Con noi le umiliazioni non finiscono mai».
A cosa si riferisce?
«L’ultima è di pochi giorni fa. Nemmeno quest’anno è entrata in Finanziaria la legge 206 del 2004. È una norma in gran parte inapplicata che prevede stanziamenti in favore delle vittime del terrorismo. E il governo che fa? Non ha i soldi per noi, se ne riparlerà, forse, l’anno prossimo».
Bisogna tenere sempre aperto il passato?
«Bertinotti ha detto che bisogna chiudere gli Anni di piombo. Per carità, si può anche essere d’accordo, sul piano teorico. Ma non così. Prima vogliamo la verità sui tanti delitti e sulle tante stragi senza colpevole. E poi, come si fa a dare la semilibertà a uno come Piancone che era ed è un irriducibile? Uno che ha ucciso sei volte, ha partecipato a gambizzazioni, ha rapinato e non ha mai messo in discussione il proprio passato? Eppure gli avevano trovato un lavoro come bidello, con tanti disoccupati in giro, e di fatto era fuori: rientrava in carcere solo per dormire. Attenzione: non dico che gli ex terroristi, pentiti o dissociati, non debbano avere la possibilità di reinserirsi nella società. O peggio, che sia loro negato il diritto alla parola. Però».
Però?
«Ci dev’essere un limite».
Quale?
«Non può andare in cattedra chi per anni ha cercato di abbattere lo Stato. Invece, il padre prodigo dispensa a questi signori inviti, cattedre, prebende. Noi, dobbiamo elemosinare il più piccolo aiuto, dobbiamo aspettare anni per sbloccare una pratica persa nelle lungaggini burocratiche, dobbiamo alzare la voce per ottenere quel che ci spetta. Anzi, nemmeno: le briciole. Diciamo la verità, spesso ci guardano con fastidio. Come chi ricorda, perché lo porta inciso sulla pelle, un tempo passato che si vorrebbe dimenticare in fretta».