L'ostentazione della scorta è un insulto all'Italia onesta

È brava Letizia Battaglia, e io cattivo, che la feci piangere, più di vent’anni fa, in un’immemorabile puntata del Maurizio Costanzo Show, nella quale lei, presentandosi come Assessore alla Vivibilità (sic!) del Comune di Palermo, programmava di far timbrare il cartellino ai residui ospiti di un ospedale psichiatrico. In quel contesto, io le chiesi se fosse (ed era) responsabile di alcune panchine di marmo, di Ettore Sottsass, collocate nella Piazzetta Garraffello, degradata all’inverosimile. Nel centro storico cadente, l’intervento fighetto era uno stridente ossequio alle mode dominanti. E io, allora, ero anche più intransigente di ora, e non capivo perché Sottsass a Palermo. La Battaglia tentò di reagire. Ma la mia (non ancora) proverbiale violenza la mise in crisi. So che non me ne vuole, e non ho mai dubitato della sua capacità come fotografa, documentata in numerose immagini. E anzi, a Salemi, molte sue fotografie sono esposte nel Museo della Mafia da me voluto. Ora ne vedo una bella selezione nel catalogo dell’attività recente della Galleria Cardi a Milano. E altre se ne annunciano nel libro Letizia Battaglia, sulle ferite dei suoi sogni, di Giovanna Calvenzi (Edizioni Bruno Mondadori).
Osservo che ha avuto coraggio, e sensibilità drammatica, a documentare una città ferita, e piegata dalla violenza della mafia. Non è un’immagine di maniera, non è una rappresentazione compiaciuta e dolente; è una città in bianco e nero, inevitabilmente dominata dalla morte, in lutto anche nelle luminose e perse giornate di sole. In una di queste Letizia Battaglia ci mostra una situazione sorprendente, che avremmo preferito non vedere. Il taglio è formidabile: in uno spazio, contro un cielo annuvolato, cinque uomini in piedi. Uno solo in giacca e cravatta, ma con i capelli lunghi e la barba del rivoluzionario. Tutti e cinque molto seri, e come sul punto di compiere un’azione criminale, come una banda armata. Lui è il magistrato Roberto Scarpinato, gli altri quattro, la sua scorta. Sono infatti armati. Anzi, esibiscono le armi, con ostentazione. Sembra piuttosto la scena di un film, che la realtà. Ma, nella sua falsità, rivela un’insopportabile dose di retorica, che è quella stessa che fa dire a Roberto Saviano di non essere libero, di essere prigioniero della sua scorta. Ora, nessuno scortato (e anch’io lo sono) si trova mai, con i ragazzi che ha intorno, nella situazione documentata dalla Battaglia. Essa rivela una mozione degli affetti, alterata e anche offensiva, presupponendo un pericolo superiore a quello reale, e per il quale occorra prepararsi armati fino ai denti. Ora, l’immagine intende far risentire il pericolo e accrescere il prestigio del magistrato, riprendendolo in una situazione più impossibile che improbabile. Le pistole apparirebbero soltanto in caso di un conflitto a fuoco, che, nel caso di Scarpinato, non è mai avvenuto, e (speriamo) non avverrà mai.
Perché allora un magistrato si presta a questa sceneggiata? Deve forse fare la vittima? Farci capire il rischio che corre? Mettersi in posa, nell’atteggiamento dell’eroe, come oggi fa anche Saviano? Non mi pare che convenga allo status di un magistrato serio. Però Scarpinato non si è preoccupato di far girare questa immagine allarmante. Eppure il rischio esiste, come dimostra la terribile vicenda di Falcone e Borsellino, pur molto più discreti e indisponibili a sceneggiate di questo genere. Ma, a pensarci bene (e ce lo conferma il capo della polizia di Napoli, Pisani), il rischio che corre l’atteggiatissimo Saviano, è di gran lunga inferiore a quello che corre un poliziotto o un carabiniere attivi nelle zone di mafia e di camorra. Quanto a Scarpinato, tutti quelli che potevano rappresentare un pericolo li ha arrestati. Gli altri, a piede libero, probabilmente non lo conoscono, e meno lo conoscerebbero, se non si fosse messo in posa per la foto di gruppo che ci lascia sconcertati, per la violenza e l’arroganza che esprime.
Il significato è: in Sicilia, un uomo onesto è esposto a un rischio costante, se non è assistito da una scorta armata. Non è vero. E in questo modo, a essere minacciata, è soltanto la Sicilia.