Lotta all’evasione, Prodi dimentica Consorte

Ho sentito Prodi che, scandendo le parole, ha detto che a uno dei primi posti nel programma del governo che spera di presiedere ci sarà la lotta all’evasione fiscale. Due cose: la prima è perché non lo ha fatto quando al governo c’era, prima che lo mandasse via Bertinotti. Secondo, perché con le parole e le insinuazioni la sinistra fa credere che gli evasori sono di destra? Io conosco almeno un paio di evasori di sinistra, un artigiano che va sempre in giro con La Repubblica ma che non rilascia la fattura e un avvocato che voterà Prodi e che ha i soldi all’estero. Ma quanti altri di sinistra lo fanno? La prego di omettere il mio nome per via di eventuali rappresaglie.



Addirittura rappresaglie, caro lettore? Comunque sia, l’accontento. Sì, questa dell’evasione fiscale spacciata come se fosse una loro privativa è una fisima propagandistica della sinistra. Dando a intendere che a evadere sono gli «altri», perché loro, Dio ne scampi, mai evaso o eluso un centesimo essendo antropologicamente diversi e moralmente superiori. Balle, ovviamente. Evade chi può (chi non ha reddito fisso col suo bel sostituto d’imposta) e chi vuole, evadono quello di destra e quello di sinistra, il ricco e il povero, chi ha venti metri di libreria color pastello Adelphi e chi la raccolta completa di Diabolik (intellettuali tutti e due, forse più il secondo che il primo). Non essendo certo interesse dello Stato, nemmeno elettorale, rinunciare a parte del bottino, tutti i governi che si sono succeduti dal ’48 a oggi hanno provato se non a stroncare almeno a ridurre l’evasione fiscale. Ma non è una cosa né semplice né facile e lo sanno bene i compagni della sinistra, che al governo cinque annetti ci son pure stati con ministri delle Finanze di notevole pondo e spocchia quali Vincenzo Visco e Fantozzi Augusto.
Che l’uscita di Romano Prodi sia solo demagogia di comiziante lo dimostra un fatto di recente cronaca. Un signore, molto addentro nella finanza, molto di sinistra e anzi, un cocco della sinistra, tempo fa intascò per certe consulenze 22 milioni di euri. Che per dare dei pareri è una bella sommetta, 42 miliardi e mezzo delle sempre rimpiante lire. Ora, si dà il caso che una volta fornite delle prestazioni professionali deve seguire regolare parcella. La cifra liquidata, detratto l’acconto di imposta del 20 per cento, deve essere poi denunciata nel 740 onde consentire il calcolo del saldo da versare, sotto forma di tassa, allo Stato (qualche milionuccio di euri). Pratica virtuosa, questa, che il signore di cui sopra ha eluso. Alla grande. Si fece infatti retribuire – estero su estero - con un capital gain risultante da certe manovre finanziarie, operazione che viene tassata (sempre che la si paghi, la tassa) per il 12 per cento. Comunque sia, con quel giochino lo Stato ci ha rimesso, per mancato pagamento di imposta, un sei milioni e mezzo di euri. Il signore in questione si chiama Giovanni Consorte. Quello delle telefonate con Fassino. Quello dell’Unipol e dell’«abbiamo una banca». Perché Prodi non gli tira le orecchie invitandolo a comportarsi da buon cittadino di sinistra? Ovvero a pagare le tasse?
Paolo Granzotto