La lotta armata si arrende ai sentimenti

Il libro di Geraldina Colotti Certificato di esistenza in vita (Bompiani, pagg. 178, euro 7,50) è un testo di forte impatto sul lettore, che non può non essere emozionato dalla crudezza, tuttavia umanissima, dell’argomento, ma anche dall’asciuttezza di uno stile senza fronzoli. Argomento: un esito lungamente carcerario dell’autrice nel contesto della lotta armata durante gli «anni di piombo», e i rapporti, talora affettivi e talaltra conflittuali, con le altre detenute. Tuttavia il libro non si occupa tanto di politica attiva quanto di varia e spesso dolente, ma sempre energica, umanità, cioè di una sorta di «politica dell’anima» basata soprattutto sulla solidarietà interpersonale come chiave per comprendere non solo la società, ma anche il mondo con tutte le sue valenze spesso incomprensibili e talora misteriose. Ed è singolare che tale quasi iperurania saggezza ci venga da una giovane donna proveniente da una condizione esistenziale estrema.
Tra i racconti, divisi in due sezioni (la prima dedicata agli incontri e agli scontri nel carcere, e quindi di impostazione prevalentemente autobiografica, con frequenti e inattesi risvolti di una superiore ironia, e la seconda, pervasa da una notevole fantasiosità affabulatoria, ma forse meno suggestiva dei racconti vibranti della prima parte), bellissimo è il primo, Ricordando Libo, che narra l’incontro in un vagone ferroviario deserto, dapprima sospettoso e per così dire «con le armi in pugno», fra la protagonista e un’altra giovane donna, quasi certamente drogata, che, nel breve periodo in cui si trovano insieme, stringono una schiva ma sincera amicizia nel comune ricordo di un gattino che poi non «ce l’ha fatta». Straordinario anche La bambina, in cui la Colotti narra il suo ritorno alla città natale, nel medesimo appartamento dei genitori morti, ripensando alla sua adolescenza di atleta e rivisitando qualche antica amicizia tramontata. Ma il vero capolavoro è il racconto che dà il titolo al volume, ove con un’eccezionale capacità di immedesimazione viene narrata l’odissea dell’anziano padre di due «brigatisti» arrestati. È un uomo stremato dalle visite a carceri successive, quello che l’autrice evoca: un uomo che non sa e non vuole capire i tempi terribili e «nuovi» nei quali egli non è più che un evanescente superstite, e che, con una conclusione che vira in un mondo favoloso, finisce per dissolversi nell’aria del tramonto come il pulviscolo lasciato in cielo da fuochi artificiali.