La Lotta Continua che molti hanno dimenticato

Caro dott. Granzotto, unendomi al coro delle proteste per la grazia a Bompressi e a Sofri riterrei opportuno venisse ricordato l'articolo del divino Sofri in occasione dell'assassinio, istigato da lui e soci di merende, di Calabresi integerrimo servitore dello Stato. Così, dopo i Moranino le supreme autorità del nostro Stato hanno perdonato e quasi giustificato un altro portatore del Verbo di sinistra. Il Presidente della Repubblica quindi dialoga solo con i suoi correligionari. La voce delle vittime non conta nulla. Mi è permesso ricordare che a Genova giovinastri plagiati dai cattivi maestri alla Sofri hanno sparato, ferendoli gravemente, a miei colleghi dell’Ansaldo e che anch’io ero nel mirino, costretto a vivere nell’ombra e sotto scorta. Affermare che Sofri, presuntuoso e privo di doti umane tra le quali primeggia il pentimento, abbia sofferto in carcere, divenuto un salotto pseudo culturale, è ridicolo.



«Giustizia è fatta», titolò il 18 maggio 1972 Lotta Continua. Naturale sigillo di una ringhiosa istigazione al delitto che ricorreva a questi toni: «È l’organizzazione della nostra forza e dell’autonomia del proletariato che farà giustizia di tutti i suoi nemici. Dall’assassinio di Pinelli abbiamo detto a chiare lettere che il proletariato sa chi sono i responsabili e saprà fare vendetta della sua morte». «Gli siamo alle costole, ormai è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito. Qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi per falso in atto pubblico. Noi, più modestamente, di questi nemici del popolo vogliamo la morte». «Siamo stati troppo teneri con il commissario di Ps Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquillamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, di continuare a perseguitare i compagni. Facendo questo, però, si è dovuto scoprire, il suo volto è diventato abituale e conosciuto per i compagni che hanno imparato ad odiarlo. La sua funzione di sicario è stata denunciata alle masse che hanno cominciato a conoscere i propri nemici con nome, cognome e indirizzo. È chiaro a tutti, infatti, che sarà Calabresi a dover rispondere pubblicamente del suo delirio contro il proletariato. E il proletariato ha già emesso la sua sentenza, Calabresi è responsabile dell’assassinio di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara». «Nelle strade e nelle piazze il proletariato emetterà il suo verdetto, lo comunicherà, e ancora là, nelle piazze e nelle strade lo renderà esecutivo». «L’eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati. Ma questa è sicuramente una tappa fondamentale dell’assalto del proletariato contro lo stato assassino». «Calabresi, assassino, stia attento. Il suo nome è tra i primi della lista».
Lotta Continua non rappresentava una voce isolata. Vorrei ricordare che quasi ottocento intellettuali, il fior fiore della società civile, sottoscrissero il manifesto dell’Espresso in cui Calabresi era definito «commissario torturatore» e «responsabile della fine di Pinelli». Tra i firmatari, Norberto Bobbio, Liliana Cavani, Bernardo Bertolucci, Paolo e Vittorio Taviani, Gillo Pontecorvo, Marco Bellocchio, Ugo Gregoretti, Giovanni Raboni, Vito Laterza, Giulio Einaudi, Inge Feltrinelli, Paolo Spriano, Gillo Dorfles, Margherita Hack, Gae Aulenti, Umberto Eco, Dacia Maraini, Enzo Siciliano, Giorgio Amendola, Giorgio Benvenuto, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Furio Colombo, Livio Zanetti, Giuseppe Turani, Andrea Barbato, Carlo Rognoni, Carlo Rossella e i fratelli Carlo e Vittorio Ripa di Meana. Ciò valga da promemoria.
Paolo Granzotto