La lotta continua dell’ex Reporter

Quando Ugo La Malfa proclamò l'ineluttabilità dei comunisti al Governo, Indro Montanelli scrisse: «Ugo La Malfa è morto. Al suo posto c'è un pazzo che si crede Ugo La Malfa». Lo stesso discorso vale per Enrico Deaglio. Qualsiasi cosa dica o scriva, non credeteci: non è lui, è il pazzo che ne ha preso il posto. Sostituite comunisti con Berlusconi e ineluttabilità con dittatura e la sostanza è la stessa. Negli anni Settanta Deaglio aveva diretto Lotta continua, negli anni Ottanta era stato fra gli artefici di Reporter, quotidiano movimentista che riuniva reduci della sinistra extraparlamentare attratti dal socialismo modernizzatore di Bettino Craxi. Un'esperienza breve, ma ricca quanto a contenuti, inventiva grafica, spregiudicatezza.
Dopo Deaglio aveva fatto un po' il solista: alla Stampa, a Epoca, in televisione con reportage, inchieste, programmi, aveva scritto libri. Il più famoso raccontava la storia di un eroe «fascista» per bene, Giorgio Perlasca... La direzione del settimanale Diario, che data ormai un lustro, aveva segnato un po' un ritorno alle origini: settario, moralista, vedeva nella controparte un nemico metafisico e non un avversario politico. C'è chi invecchiando matura e chi torna ragazzo. Deaglio aveva scelto la fanciullezza. O, più semplicemente, il delitto era già avvenuto, il vero Deaglio era già morto e il pazzo aveva preso il suo posto.
Ieri pubblici ministeri Salvatore Vitello e Francesca Aloi ne hanno disposto l'iscrizione nel registro degli indagati per diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico. Il tutto nell'ambito dell'inchiesta aperta sui presunti brogli denunciati nel film-documentario Uccidete la democrazia. I pm della Procura di Roma hanno deciso l'incriminazione del giornalista sostenendo che la proclamazione degli eletti è basata esclusivamente sui dati pervenuti alle Corti d'appello e alla Cassazione e non su quelli che finiscono nei computer del Viminale. In pratica, sulla base del fatto che è impossibile manipolare elettronicamente i dati ufficiali. «Il mio film non si occupava di questo» si è difeso il direttore del Diario, «ma della notte dei misteri», ovvero la lunga notte della conta dei voti e delle previsioni. «Sento quanto accaduto come uno sbarramento al giornalismo d'inchiesta. Mi si contesta di aver messo in dubbio, turbando l'ordine pubblico, la legittimità del risultato elettorale. Io mi aspettavo un intervento, ma non in questo senso, bensì per ricostruire ciò che è successo».
Quello del giornalismo d'inchiesta è uno dei pallini del Deaglio pazzo. Quello sano sapeva bene, per averla vista praticare per tutto l'arco extraparlamentare e no della sinistra giornalistica degli anni Settanta, che le cosiddette «controinchieste militanti» contro le «verità dello Stato» erano un concentrato perfetto della stampa pistaiola dell'epoca, fatto di allusioni, disinformazione, mezze verità, deduzioni presentate come prove, retorica democratica, sussiego rivoluzionario, disprezzo della sintassi. Chi voglia andare a riguardarsi la cloaca di menzogne e di infamità dei cronisti della «controinformazione» a senso unico, degli intellettuali dall'appello fluviale e intransigente per una «nuova resistenza» non ha che da andare a scorrere le pagine di Cuori neri, il libro che Luca Telese ha scritto sugli anni di piombo. Se fosse ancora vivo Deaglio l'avrebbe sicuramente fatto, ma, l'abbiamo già detto, c'è un pazzo al suo posto.
Ciò che appare stupefacente, comunque, e anche questo in sintonia con uno stile d'antan, è l'atteggiamento da oppositori e da vittime del sistema tenuto da chi per tutta una carriera giornalistica non ha fatto altro che passare da una testata importante a un'altra, da un programma televisivo a un altro,da un editore nazionale a un altro. In realtà, che cosa possa significare stare all'opposizione, a sinistra non l'hanno mai saputo: il giorno prima scrivevano su giornali che volevano abbattere lo Stato borghese, il giorno dopo gli venivano aperte le pagine del quotidiano supercapitalista e della bieca televisione di Stato. E tutto, sempre, in nome della deontologia professionale. Bisogna capirli se poi danno di matto...
Quasi sessantenne, una laurea in medicina poco esercitata, è probabile che la breve ma sintomatica esperienza di Reporter sia divenuta negli anni un peso che il Deaglio «pazzo» non ha saputo più sopportare. Cominciò tutto, ha raccontato Giampiero Mughini in Il grande disordine, dopo il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro, «la sera di una riunione convocata al circolo culturale Mondoperaio, e doveva essere l'occasione per organizzare una rievocazione del Sessantotto che desse il giusto spazio alle correnti politico-culturali non comuniste o anticomuniste. C'erano in quello scantinato, dove Claudio Martelli, allora vicesegretario del Psi, fece da ospite e da relatore, Sofri, Enrico Deaglio, Gianni Baget Bozzo, Achille Bonito Oliva, il sottoscritto. Da quel tramestio di uomini e di vocazioni nacque più tardi Reporter, un quotidiano che ebbe vita breve ma vivacissima. Erano stati i socialisti a trovare i soldi e fu Silvio Berlusconi, dietro sollecitazione di Craxi, a pagare le ultime pendenze dopo che ebbero chiuso i battenti. Craxi, Berlusconi, un capitalismo che pagava i debiti altrui, modernità, fine degli steccati ideologici e della demonizzazione dell'avversario. Si capisce perché, rimuginando nel tempo, fra sensi di colpa e frustrazioni, il Deaglio pazzo abbia deciso di far fuori quello sano e di prenderne il posto.