Lotta continua tra Fatah e Hamas «Il governo durerà solo tre mesi»

Le forze palestinesi rivali continuano a fronteggiarsi nella Striscia di Gaza dopo che le tensioni dei giorni scorsi sono sfociate giovedì notte in scontri aperti durati ore e che hanno miracolosamente fatto solo quattro feriti. A dare fuoco alla miccia era stata la richiesta di Abu Mazen al governo guidato da Hamas di ritirare la forza di sicurezza di 3.000 uomini, creata in opposizione a quella regolare, fedele ad Al Fatah, e dispiegata a Gaza.
La rivalità tra i due schieramenti è lo specchio del dissidio che oppone il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), moderato, al governo dell’Autorità nazionale palestinese, dominato dai radicali di Hamas e guidato dal premier Ismail Haniyeh. Abu Mazen ha chiesto ad Haniyeh di sciogliere la nuova forza di sicurezza, che ha come compito formale quello di fornire appoggio alle forze dell’ordine, ma il premier si è rifiutato, e anzi sfida il presidente progettando di aumentarne gli effettivi. «Non faremo un solo passo indietro - ha ammonito Haniyeh parlando ai fedeli in una moschea -. La nuova forza rimarrà in piedi e sarà integrata nella polizia».
Le due fazioni si palleggiano la responsabilità degli scontri di ieri notte. Il portavoce di Fatah, Tawfik Abu Khussa, ha accusato le Brigate Ezzedine al Qassam, braccio armato di Hamas: «Una vettura della sicurezza nazionale è stata rubata e utilizzata contro la polizia. È certo che questo è opera di una milizia nera che vuole creare tensioni».
Abu Mazen, dal canto suo, sta lavorando per rafforzare il suo partito, estromesso dal potere nelle elezioni di gennaio, in previsione di nuove elezioni che, secondo quanto ha dichiarato ad alcuni funzionari europei durante una riunione a porte chiuse, dovrebbero tenersi tra non molto. Il governo di Hamas - avrebbe detto Abu Mazen, secondo quanto riporta il giornale israeliano Yediot Ahronot - è sull’orlo del collasso, e nuove elezioni si terranno nei prossimi tre mesi.
La tensione è stata aggravata ieri mattina da un altro episodio: le forze di sicurezza di Abu Mazen hanno sequestrato 639mila euro al portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, che tentava di introdurre illegalmente la somma. Il sequestro, avvenuto presso il valico di Rafah (che collega l’estremità meridionale dell’enclave al Sinai), ha rischiato di provocare nuovi scontri tra i due schieramenti, perché gli agenti hanno confiscato la valuta e Zuhri ne pretendeva la restituzione. La disputa ha richiamato sul posto i miliziani delle Brigate Izzedim al Qassam (il braccio armato di Hamas), e per poco non sono scoppiati nuovi combattimenti tra le due fazioni.
Abu Zuhri stava rientrando in patria dal Qatar, che si è impegnato a versare all’Anp fondi per 39 milioni di euro. Secondo l’attuale normativa è possibile introdurre nei Territori valuta per un massimo di 2.000 dollari.
Abu Mazen ha immediatamente ordinato un’inchiesta ufficiale per contrabbando di valuta estera nella Striscia di Gaza. «Il presidente» Abu Mazen ha inviato il denaro e il dossier al procuratore generale», afferma un comunicato della presidenza.
Abu Mazen tenta di rafforzare la propria posizione con una frenetica attività diplomatica. Oggi incontrerà il presidente egiziano Hosni Mubarak al Forum economico regionale che si svolgerà a Sharm el Sheik, nel Sinai. E domani, in margine allo stesso Forum, ci sarà l’atteso incontro tra il presidente palestinese e la ministra degli Esteri israeliana Tzipi Livni. Al centro dei colloqui, autorizzati dal premier israeliano Ehud Olmert e ai quali parteciperà anche il vicepremier ebraico Shimon Peres, vi saranno gli ultimi sviluppi nei Territori palestinesi.
L’incontro sarà il primo ad alto livello tra israeliani e palestinesi dopo i mesi di gelo seguiti alla formazione del governo degli estremisti di Hamas. A titolo di apertura verso l’Anp, Olmert ha annunciato che Israele fornirà medicinali e attrezzature mediche agli ospedali della Striscia di Gaza, che non sono in grado di procurarseli per la mancanza di fondi. Le casse dell’Anp sono infatti vuote a causa del boicottaggio deciso da Israele, dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, e che comunque non riguarda gli aiuti umanitari.