Lotta intestina tra i gerarchi della teocrazia

Da decenni, nel gioco delle parti iraniano spetta all'ayatollah Khamenei, «Guida suprema» della Rivoluzione e capo di una gerarchia religiosa non elettiva, rilasciare dichiarazioni incendiarie sull'«olocausto nucleare» che aspetta i nemici dell'islam, e al presidente della Repubblica gettare acqua sul fuoco. Stavolta è successo il contrario: il presidente Ahmadinejad ha scandalizzato il mondo con la sua retorica, e Khamenei ha fatto una parziale marcia indietro, precisando che le reazioni estreme sono da intendersi come difesa in caso di eventuale aggressione. Nel discorso di Khamenei colpisce anche l'ossessivo richiamo all'unità degli iraniani, e a far cessare le «dispute politiche».
Per capire queste dispute bisogna tornare alle elezioni del 2005, cui la «Guida» ammette otto candidati, escludendo i veri riformisti, che per protesta favoriscono l'astensionismo. In tutti i sondaggi è in testa l'ex-presidente Rafsanjani, un pragmatico che si è riavvicinato negli ultimi mesi alla «Guida» e tuona contro Israele, ma nello stesso tempo mantiene discreti canali di comunicazione con ambienti occidentali. Alcuni «neo-riformisti» (il cui riformismo resta dentro le regole del gioco fissate della «Guida») sostengono l'ex-ministro dell'educazione Moin, altri (fra cui il presidente uscente Khatami) l'ex-presidente del Parlamento Karroubi. L'ala più conservatrice ha come candidato principale il capo della polizia Ghalibaf e come carta di riserva l'ultra-fondamentalista Larijani, principale architetto del sistema di propaganda iraniano, nonché genero del teorico del khomeinismo radicale Motahhari, assassinato pochi mesi dopo la rivoluzione del 1979. All'ex-sindaco di Teheran Ahmadinejad i sondaggi non danno alcuna chance.
Dal primo turno delle elezioni Rafsanjani esce al primo posto, ma solo con un po’ più del 19%, mentre Ahmadinejad a sorpresa è secondo con il 19% e il khatamiano Karroubi terzo con il 17%. Il cattivo risultato di Rafsanjani e l'exploit di Ahmadinejad sorprendono lo stesso Khamenei. Ahmadinejad, per quanto già noto come estremista, non ha giocato la sua campagna sulla politica estera ma sull'economia, in un Paese che ha un tasso di disoccupazione record che spinge un numero impressionante di giovani verso la droga e la prostituzione. La campagna di Rafsanjani, dipinto da Ahmadinejad come corrotto e responsabile del disastro economico, ha perso rapidamente velocità. A questo punto la «Guida suprema», già poco entusiasta di Rafsanjani, lo scarica e mobilita tutte le sue energie per fare eleggere al secondo turno Ahmadinejad, estremista e inesperto ma leale al clero e che si è dimostrato a suo modo popolare.
Le elezioni mostrano un Paese profondamente diviso, e le forze che vi si sono confrontate si stanno ancora combattendo. Sommando una parte delle astensioni e i voti a Karroubi i neo-riformisti (che restano profondamente anti-occidentali) sono una forza con cui la Guida deve fare i conti, dietro la quale ha ancora un peso Khatami. Del pragmatismo di Rafsanjani - per quanto impopolare - la Repubblica islamica avrà ancora bisogno in futuro. Gli stessi estremisti sono usciti divisi da conflitti generazionali e, in parte, teologici che hanno opposto Larijani e Ahmadinejad. Non bisogna farsi illusioni: l'Iran non è sull'orlo di una rivoluzione democratica filo-occidentale. Ma all'interno del regime si sta sviluppando una guerra per bande, che preoccupa Khamenei a lo spinge a richiamare tutti all'ordine ingiungendo di moderare i toni più accesi.